Come si affronta seriamente il problema delle fake news? (Giancarlo Tartaglia)*

Da tempo, ormai, ci interroghiamo sul fenomeno delle fake news, le notizie false, o fandonie, come più benevolmente sono definite da alcuni traduttori italiani, e sull’impatto che esse hanno sull’opinione pubblica, fuorviandola in termini, a volte, molto pericolosi. Soprattutto in questi mesi di pandemia il problema ha assunto un valore prioritario di fronte alla paura collettiva per un nemico invisibile e sconosciuto che ci aggredisce a nostra insaputa. Un nemico di cui non sappiamo nulla e di cui vorremmo sapere tutto, o quantomeno, avere quelle certezze che possano guidarci nelle nostre scelte di vita quotidiana. La risposta a questo bisogno di conoscenza arriva dai media, a cui costantemente ci abbeveriamo e, di conseguenza, quanto più crescono la domanda e l’offerta di informazione, tanto più cresce il pericolo di diffusione di fake news.

La diffusione di notizie false, però, non è un fenomeno contemporaneo, ma antico, anzi, molto antico e risale ai tempi di Adamo ed Eva e della loro cacciata dal paradiso terrestre. Alle origini di ogni mito ci sono fake news.

Sono tanti gli esempi nella storia di diffusione di false notizie che hanno influito sulle vicende umane, a iniziare dalle fonti istitutive di tutte le religioni, che sono alla base di tutte le civiltà. Ma, lasciando da parte le discussioni teologiche, non vi è alcun dubbio che la divulgazione di false notizie può produrre, come spesso è avvenuto, mutamenti rilevanti sul corso della storia e sul destino di milioni di esseri umani. Si pensi alla fake news sulle armi batteriologiche di Saddam Hussein, che ha autorizzato l’intervento armato degli Stati Uniti e l’abbattimento di un regime, che ha aperto la strada a nuovi dolorosi conflitti in quell’area geografica. Si pensi ai Protocolli degli anziani savi di Sion, che, ancorché unanimemente riconosciuti come falsi, hanno giustificato lo sterminio di milioni di ebrei e, ancora oggi, sono ritenuti da molti la prova della esistenza di una congiura ebraica per dominare il mondo. Si pensi alla fake news, durata secoli, che la terra è piatta (ancora oggi ci sono convinti terrapiattisti). Si pensi agli untori, di manzoniana memoria, che spargevano la peste nel ‘600. Si pensi alle false motivazioni che hanno giustificato tutte le guerre.

A ben rifletterci, tutta la storia dell’umanità nel corso dei suoi millenni è stata vittima delle false notizie e l’umanità non se ne è preoccupata più di tanto. Le ha accettate, spesso ha continuato a condividerle, anche quando la loro falsità è risultata evidente e, comunque, sempre se ne è fatta condizionare. E allora, se ciò è vero, perché oggi ai nostri occhi la questione delle false notizie appare non solo più rilevante nelle nostre valutazioni individuali, ma anche centrale nell’agenda della politica?

La risposta sta proprio nell’ipersviluppo del sistema informativo. Viviamo, come mai nei millenni che ci hanno preceduto, nella civiltà dell’iperinformazione. Quella che oggi è stata definita infodemia: uno sviluppo virale dei mezzi di informazione. Per tre secoli, con la scoperta della macchina per la stampa, i mezzi di informazione di massa sono stati i giornali, che però avevano una loro temporalità che li vincolava: uscivano una volta al giorno. Nel ‘900 molti direttori di quotidiani hanno tentato di forzare questo limite temporale diffondendo, in particolari occasioni, come per esempio gli eventi bellici, più edizioni giornaliere. Alberto Bergamini, che all’inizio del secolo aveva fondato e dirigeva a Roma Il Giornale d’Italia arrivò a “tirare” sino a sette edizioni in un solo giorno. Non da meno si comportarono Albertini al Corriere della Sera, Frassati a La Stampa o Malagodi a La Tribuna, per citare i maggiori direttori di quotidiani dell’Italia liberale.

Erano i giornali l’unica fonte di informazione di massa ed erano, perciò, i giornali a influenzare l’agenda della politica. Con l’avvento della radio e con la sua diffusione popolare, negli anni ’30, il quadro è cambiato, anche se, inizialmente, non di molto. E’ stato, infatti, un cambiamento principalmente quantitativo. I giornali erano destinati non a tutta la popolazione, ma soltanto a coloro che sapevano leggere e in Italia i tassi di analfabetismo erano molto alti, soprattutto nelle regioni meridionali. La radio non richiedeva capacità di lettura, bastava avere le orecchie per ascoltare. Era, conseguentemente, un mezzo di comunicazione rivoluzionario. Non a caso Mussolini volle che la Radio non fosse uno strumento in mano ai privati, bensì direttamente controllato dallo Stato. Ma, comunque, anche la radio aveva i tempi di diffusione dell’informazione tipici della carta stampata: un’edizione al giorno, al limite due, ad un’ora prefissata. Il quadro si è poi allargato con l’avvento della televisione, che conservava, però, i ritmi di trasmissione della radio.

La grande rivoluzione è arrivata alla fine del secolo e nei decenni successivi con la moltiplicazione dei canali televisivi, grazie al digitale, e, soprattutto, con l’irrompere sulla scena massmediale di internet e dei social.  Il cambiamento epocale nel quale oggi siamo immersi è caratterizzato da due fenomeni: da un lato, la moltiplicazione all’infinito dei mezzi di comunicazione di massa, dall’altro, la rottura dei tempi di trasmissione dell’informazione. Se sino a ieri la nostra dieta mediatica era ritmata dall’orario di uscita in edicola dei quotidiani o dall’orario di trasmissione dei giornali radio e dei telegiornali, oggi non è più così. Viviamo immersi in un flusso informativo costante, che non ha pause e quindi non ha più ritmi. Da quando ci alziamo la mattina i giornali, cartacei o on-line, le radio, le televisioni e i social ci immergono in un mare di informazione nel quale nuotiamo per l’intera giornata e dal quale non riusciamo a uscire. Lavoriamo, qualunque sia il nostro lavoro, continuando a nuotare tra le onde delle informazioni. È evidente che la moltiplicazione delle fonti informative e la continuità del flusso informativo non consentono più di dettare l’agenda della politica, ma anche la stessa politica non ha più i fari che la orizzontino nella sua navigazione. È in questa generale incertezza che la questione delle false notizie acquista un valore centrale, anche per la politica. Le false notizie circolano ovunque, ma soprattutto nei social. Uno studio del Massachusetts Institut of Technology ha messo in luce come una fake news diffusa sui social ha il 70 per cento di possibilità in più di essere condivisa rispetto ad una notizia corretta. Nel 2018 la rivista Science ha pubblicato un altro studio che conferma come “le fake news si diffondono più lontano, più rapidamente e più profondamente della verità”. Umberto Eco ha sentenziato che «la tv aveva promosso lo scemo del villaggio rispetto al quale lo spettatore si sentiva superiore», aggiungendo che «il dramma di Internet è che ha promosso lo scemo del villaggio a portatore di verità», per concludere con l’affermazione che «I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un premio Nobel. È l’invasione degli imbecilli».

È chiaro che in Internet non troviamo soltanto gli imbecilli, ma è anche evidente che, proprio per la facilità di accesso, Internet e i social costituiscono, purtroppo, la prateria preferita dagli imbecilli. Peraltro, dobbiamo considerare la facilità di alterazione delle notizie diffuse sui social. Basta diffondere la foto di una piazza piena o vuota per poter commentare in un senso o nell’altro il successo del nostro politico favorito o l’insuccesso del suo avversario e gli esempi potrebbero essere infiniti. La facilità di accesso e lo sviluppo tecnologico rendono, perciò, i social il terreno più fertile per produrre e diffondere notizie false, provocandone la pandemia. Non a caso sono proprio i social lo strumento utilizzato per architettare campagne, politiche o commerciali, di diffusione di false notizie per orientare l’opinione pubblica, come sembrerebbe dimostrato dalla loro influenza sugli esiti elettorali di molti Paesi. A ciò si aggiunga che proprio la moltiplicazione dei mezzi di informazione e la facilità di accedervi ha indotto a sostenere che, essendo tutti soggetti del processo informativo, non ci sia più bisogno dei giornalisti e della loro intermediazione. Tutti produciamo informazione. Il che ha favorito la crescita esponenziale nella circolazione delle fake news.

Ma come si risolve questo problema, che, ripeto, accompagna da sempre la storia dell’uomo e che oggi è posto come questione prioritaria da affrontare? Di fronte all’allarme generalizzato sulla diffusione delle false notizie sono scesi in campo gli stessi “padroni” dei social, che hanno previsto l’introduzione di programmi che automaticamente le bloccano e le scartano. L’AgCom, l’Autorità sulle comunicazioni ha costituito un Osservatorio sulla disinformazione on line, mentre in Parlamento si discute su interventi legislativi per fermare le fake news. Lo stesso Pontefice ha invocato «Salvaci signore dalla cattiva informazione». Ma chi stabilisce quale sia la cattiva informazione?

L’introduzione di meccanismi che, grazie alle innovazioni tecnologiche, possano verificare in tempo reale la veridicità di una notizia è un obiettivo che deve essere perseguito, ma non dobbiamo mai dimenticare, soprattutto quando affrontiamo una materia così delicata che incide sulla libertà di stampa e di opinione, l’esercizio del dubbio. Se la diffusione di false notizie ci preoccupa, deve anche preoccuparci come esse vengono controllate ed eliminate, con quali criteri, con quali meccanismi. Chi lo decide? Dobbiamo stare molto attenti a non costruire un futuro in cui, con lo scopo di tutelare i cittadini dalle false notizie si finisca per creare un ministero della verità, come in 1984 di Orwell. Una prospettiva inquietante.

Comunque, teniamo presente che la risposta principale alle fake news è insita nella credibilità delle singole testate giornalistiche, che con la loro storia garantiscono la credibilità dell’informazione diffusa. I cittadini sanno che acquistando quello specifico prodotto giornalistico otterranno un prodotto di qualità, o meglio, della qualità che loro vogliono. Di conseguenza, la battaglia contro le false notizie è, soprattutto, nelle mani degli editori.

Sono gli editori che devono garantire la professionalità dell’informazione che vendono: e cioè, che i giornali siano fatti da giornalisti professionisti, che rispondono a precisi codici deontologici, e che siano nel numero sufficiente ad assicurare di essere sempre in grado di controllare le fonti delle notizie. Sono queste le condizioni che fanno dell’editoria giornalistica un servizio pubblico indispensabile che deve essere garantito. Un giornale costruito con pochi giornalisti, perlopiù collaboratori esterni sottopagati, composto utilizzando esclusivamente le informazioni provenienti dai social è soggetto inevitabilmente al contagio del virus delle fake news che la rete diffonde. Ed è, di conseguenza, destinato a morire. Alla politica e allo Stato spetta l’obbligo costituzionale di tutelare il pluralismo dei giornali.

*segretario generale della Fondazione sul giornalismo “Paolo Murialdi”

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