La realizzazione metafisica (René Guénon)

Accennando ai caratteri essenziali della metafisica dicemmo che essa è una conoscenza intuitiva, vale a dire immediata, che si oppone perciò sotto questo aspetto alla conoscenza discorsiva e mediata di tipo razionale. Più immediata ancora dell’intuizione sensibile perché di là dalla distinzione di soggetto e oggetto che quest’ultima conserva, l’intuizione intellettuale è contemporaneamente il veicolo della conoscenza e la conoscenza stessa, ed in essa il soggetto e l’oggetto si unificano e si identificano. D’altra parte qualsiasi conoscenza merita veramente questo nome soltanto nella misura in cui produce tale identificazione, la quale però, in tutti gli altri casi, rimane incompleta e imperfetta; in altri termini, è sola vera conoscenza quella che partecipa in misura più o meno completa della natura della conoscenza intellettuale, che è la conoscenza per eccellenza. Ogni altro tipo di conoscenza è più o meno indiretta e ha dunque un valore più che altro simbolico o rappresentativo; non è vera ed effettiva conoscenza se non quella che ci permette di penetrare nella natura intima delle cose, e se una penetrazione di questo genere può già parzialmente avvenire ai gradi inferiori della conoscenza, è soltanto nella conoscenza metafisica che essa è pienamente e interamente realizzabile.

Conseguenza immediata di ciò è che conoscere ed essere sono fondamentalmente la stessa cosa; essi rappresentano, se si vuole, due aspetti inseparabili di un’unica realtà, aspetti che non si possono più distinguere realmente dove tutto è “senza dualità”. Ciò è sufficiente a provare l’inanità di quelle “teorie della conoscenza” a pretesa pseudo-metafisica che occupano tanto posto nella filosofia occidentale moderna e tendono talvolta addirittura, come ad esempio in Kant, ad assorbire tutto il resto, o per lo meno a metterselo in sottordine; l’unica ragion d’essere di questo genere di teorie risiede d’altronde in un’attitudine comune a quasi tutti i filosofi moderni, che trae le sue origini dal dualismo cartesiano e consiste nell’opporre artificialmente il conoscere all’essere; ed è la negazione di ogni vera metafisica. La filosofia è in tal modo portata a sostituire la “teoria della conoscenza” alla conoscenza vera e propria, ciò che non è se non una esplicita confessione d’impotenza; a tal proposito, niente di più tipico di questa dichiarazione di Kant: “La maggiore utilità, se non forse l’unica, di ogni filosofia della ragion pura, è dopo tutto esclusivamente negativa, e proviene dal suo essere non tanto uno strumento per allargare la conoscenza, quanto piuttosto una disciplina per circoscriverla”. Forse che simili parole non si riducono semplicemente a dire che l’unica pretesa dei filosofi è d’imporre a tutti la ristrettezza delle loro proprie facoltà conoscitive? D’altronde è questo l’inevitabile risultato dello spirito sistematico, anti-metafisico per eccellenza; non ci stancheremo mai di ripeterlo.

La metafisica afferma l’identità fondamentale del conoscere e dell’essere, la quale può venir messa in dubbio solamente da coloro che ne ignorano i principi più elementari; e poiché tale identità è essenzialmente inerente alla natura dell’intuizione intellettuale, essa non soltanto l’afferma ma la realizza. Ciò per lo meno è vero della metafisica integrale; resta da aggiungere che tutto ciò che di metafisico si è avuto in Occidente, sotto questo riguardo sembra esser restato sempre incompleto. Eppure Aristotele formula nettamente il principio dell’identificazione per mezzo della conoscenza dichiarando espressamente che “l’anima è tutto ciò che essa conosce”; sennonché sembra che né lui né i suoi continuatori abbiano mai attribuito a tale affermazione il suo reale valore, traendone tutte le conseguenze che essa comporta, sì che essa rimase per loro qualcosa di puramente teorico. Meglio di nulla certo, tuttavia del tutto insufficiente; cosicché la metafisica occidentale si presenta incompleta sotto un duplice aspetto: in primo luogo teoricamente, in quanto non si spinge oltre l’essere, come abbiamo spiegato in precedenza, e poi in quanto considera le cose (nella misura in cui tuttavia le considera), in modo esclusivamente teorico; la teoria è da essa presentata come in qualche modo sufficiente a se stessa e come costituente il suo fine, mentre invece non dovrebbe normalmente essere che una preparazione, indispensabile finché si vuole ma ancora soltanto preparazione, in vista di una corrispondente realizzazione.

Occorre fare qui un’osservazione sul modo in cui ci serviamo del termine “teoria”: etimologicamente il suo significato primitivo è quello di “contemplazione”, e se così fosse inteso si potrebbe dire che la metafisica nel suo insieme, con la realizzazione che implica, è la “teoria” per eccellenza; ma l’uso ha attribuito a quest’ultima parola un’accezione alquanto diversa, restringendone soprattutto molto il senso. Per cominciare, l’abitudine è ormai acquisita di opporre “teoria” a “pratica”, e, almeno nel suo significato primitivo, tale opposizione, come quella di contemplazione e di azione, sarebbe tuttavia giustificata, la metafisica essendo essenzialmente di là dal campo dell’azione, per definizione dominio delle contingenze individuali; se non che la mentalità degli Occidentali, volta quasi esclusivamente all’azione e incapace di concepire realizzazione all’infuori di essa, si è ormai ridotta ad opporre abitualmente teoria a realizzazione. Di fatto, è perciò quest’ultima l’opposizione che noi accettiamo, per non allontanarci dall’uso ormai affermato, e per evitare le confusioni che possono derivare dalla difficoltà che si prova a disgiungere le parole dal senso che, a torto o a ragione, si è abituati ad attribuirgli; con tutto ciò, non ci spingeremo fino a definire “pratica” la realizzazione metafisica, perché in definitiva tale parola è, nel linguaggio corrente, rimasta inseparata dall’idea d’azione che esprimeva in origine e che qui non si applica assolutamente.

In tutte le dottrine metafisicamente complete – come le dottrine orientali – la teoria si accompagna sempre, o è seguita, da una realizzazione effettiva, della quale essa è soltanto la base necessaria. Nessuna realizzazione può essere tentata senza una sufficiente preparazione teorica; ma la teoria nel suo insieme è ordinata alla realizzazione come un mezzo al fine, e questa prospettiva è presupposta, esplicitamente o implicitamente, nella stessa espressione esteriore delle dottrine. D’altra parte la realizzazione effettiva può servirsi, oltre che della preparazione teorica, e dopo di essa, di altri mezzi, di carattere molto diverso, ma anch’essi destinati soltanto a fornirle un supporto o un punto di partenza e perciò non aventi che una funzione di “ausilio”, ogni questione d’importanza di fatto a parte: è questa, in modo particolare, la ragion d’essere dei riti di carattere e di efficacia propriamente metafisici di cui abbiamo segnalato l’esistenza. Tuttavia, a differenza della preparazione teorica, tali riti non vengono mai considerati come mezzi indispensabili; essi sono accessori e non essenziali, e la tradizione indù nella quale essi tengono tuttavia un posto importante, è affatto esplicita a questo proposito; ciò non toglie che per la loro efficacia propria essi possano facilitare in grande misura la realizzazione metafisica, vale a dire la trasformazione di quella conoscenza virtuale che è la semplice teoria in conoscenza effettiva.

Queste considerazioni possono probabilmente sembrare molto strane a degli Occidentali, i quali non hanno mai, nemmeno da lontano, preso in considerazione cose del genere, o la loro semplice possibilità; eppure in Occidente si potrebbe trovare un’analogia parziale, anche se lontanissima, con la realizzazione metafisica, in ciò che noi chiamiamo la realizzazione mistica. Intendiamo dire che negli stati mistici, nel senso teologico della parola, c’è alcunché di effettivo che fa di essi qualcosa di più d’una conoscenza puramente teorica, anche se una realizzazione di questa specie è per definizione, e sempre, soltanto parziale. Non uscendo dal modo propriamente religioso non si esce dalla sfera individuale; gli stati mistici non hanno nulla di sopra-individuale; essi implicano un’estensione più o meno indefinita delle sole possibilità individuali, le quali sono però incomparabilmente più estese di quanto non si creda generalmente e soprattutto di quanto gli psicologi non siano in grado di concepire, anche aggiuntovi tutto quel che si sforzano di far rientrare nel loro “subcosciente”. Tale realizzazione non può avere una portata universale o metafisica e resta sempre soggetta all’influenza di elementi individuali, principalmente di carattere sentimentale; d’accordo che questo è il carattere peculiare della prospettiva religiosa, ma esso è qui, come già avemmo a notare, ancor più accentuato che in tutte le altre sue manifestazioni, ciò che conferisce agli stati mistici quell’aspetto di “passività” che gli si riconosce abbastanza generalmente, aggiuntovi che la confusione dei due ordini intellettuale e sentimentale può esservi fonte frequente d’illusioni. Infine è necessario accennare al fatto che una realizzazione di questo tipo, frammentaria sempre e raramente ordinata, non presuppone preparazione teorica: è vero che i riti religiosi vi hanno quella funzione di “ausilio” che è propria dei riti metafisici, ma essa è in se stessa indipendente dalla teoria religiosa, rappresentata dalla teologia; ciò non impedisce che i mistici in possesso di qualche dato teologico si risparmino così molti errori, che commettono invece quelli che ne sono sprovvisti, e siano in maggior possibilità di controllare in una certa misura la propria immaginazione e la propria sentimentalità. Così com’è, la realizzazione mistica, o realizzazione in modo religioso, con le sue limitazioni fondamentali, è la sola che sia conosciuta nel mondo occidentale; e possiamo ben dire che ciò è meglio di niente, anche se non c’è comune misura tra essa e la vera realizzazione metafisica.

Abbiamo ritenuto importante chiarire il concetto di realizzazione metafisica e le conseguenze che esso comporta, perché esso è essenziale al pensiero orientale, e comune alle tre grandi civiltà di cui abbiamo parlato. Non vogliamo però insisterci troppo in questa trattazione, la quale deve necessariamente rimanere piuttosto elementare; lo riesamineremo dunque, per quanto concerne specialmente l’India, soltanto quando sarà strettamente indispensabile, perché tale punto di vista è probabilmente il più difficile da capire per la maggioranza degli Occidentali. Inoltre, se la teoria si può sempre esporre senza riserve, o almeno con la sola riserva di quanto è veramente inesprimibile, non così avviene per quel che riguarda la realizzazione.

Foto di S. Hermann & F. Richter da Pixabay

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