Appunti di storia della stampa periodica (1)

1. Le Gazzette a stampa, piccole vetrine sul mondo

Precedute da “avvisi a stampa” gossip che diffondevano notizie – spesso anonime – su nobili, intrighi di corte, prelati, le prime “Gazzette”, apparse in Italia agli inizi del XVII secolo, possono considerarsi le antesignane della stampa periodica. A questi primi fogli venne dato, appunto, il nome di “gazeta”, dal nome della moneta d’argento veneta da due soldi

“E’ opinione comune che il primo periodico italiano sia uscito a Firenze nel 1636 dalla tipografia di Amadore Massi e Lorenzo Landi. Ma probabilmente – visto che del foglio fiorentino non si è trovata ancora traccia diretta – la prima gazzetta a stampa fu quella comparsa a Genova nel 1639, cui fecero seguito quelle di Roma nel 1640, di Bologna e Milano nel 1642, di Torino nel 1645, di Modena nel 1658 e di Napoli nel 1681. Così il più autorevole storico della carta stampata, Valerio Castronovo, annuncia la nascita della stampa periodica italiana, anche se altri autori fanno risalire la nascita delle primissime “Gazzette” alla seconda metà del ‘500.

Riportiamo queste date non per prendere l’argomento alla lontana, ma solo per ricordare che agli albori dell’universo mediatico, dopo i libri, ci furono i periodici che precedettero almeno di due secoli i quotidiani. Si trattò di piccoli periodici, di modesti opuscoli ad una colonna, mensili o trimestrali, recanti notizie europee portate dai corrieri che arrivavano ogni otto giorni, o dai “vascelli del traffico” che portavano notizie dall’Oriente o dalla Spagna.

Questo primitivo giornalismo periodico ebbe carattere internazionale poiché segnalava avvenimenti militari, vicende di corte, eventi diplomatici delle potenze straniere, lotte dinastiche, giochi di alleanze ed anche lotte di popoli per la libertà.

Le Gazzette venivano distribuite nelle stesse tipografie in cui venivano stampate e, pur viaggiando su tirature modestissime, avevano un pubblico ben maggiore poiché passavano di mano in mano. Le tirature delle Gazzette delle grandi città furono di pochissime migliaia di copie e quelle dei periodici dei piccoli centri furono di poche centinaia di copie.

Inizialmente questi piccoli periodici furono indipendenti ed obiettivi, in quanto editi da piccole imprese artigiane di stampatori – editori che stipulavano con i redattori un libero rapporto di collaborazione. Ma ben presto agli editori si sostituirono gli esponenti del potere politico e religioso che presero a usare con la stampa periodica il bastone e la carota, la censura preventiva e gli aiuti, la mordacchia per l’opposizione politica e le sovvenzioni per la costruzione del consenso. Da attività editoriali indipendenti si passò a una editoria imbavagliata da norme statali che disciplinarono l’appalto (revocabile!) della raccolta delle notizie, la responsabilità “solidale” tra l’editore e il giornalista, la censura e le sanzioni per i fogli che davano ombra ai Principi e ai governanti della Chiesa.

Malgrado questi pesanti condizionamenti le Gazzette aprirono una finestra internazionale ai pochi e fortunati lettori che poterono veder scorrere su queste piccole vetrine gli eventi del mondo e dell’Europa acquistando, nel contempo, la consapevolezza civile che quella finestra poteva essere scavalcata se il consumatore di notizie avesse voluto trasformarsi in attore della realtà circostante europea o del piccolo centro. Accanto ai periodici di città fiorirono infatti anche i notiziari di provincia come quelli di Rimini (1660), Macerata (1667), Ancona (1668), Foligno (1680), Todi (1684) e Senigallia (1687).

Nel 1691 la stampa periodica italiana, mortificata da arresti arbitrari, persecuzioni e confische, conobbe a Roma un bando che accomunò i gazzettieri a “Giocatori e Biscazzieri e Meretrici e Donne disoneste che vanno in carrozza”. Non meraviglia se in questo clima tanta stampa seicentesca non riuscì a diversificarsi dall’anonima schiera dei poligrafi di corte, e a fare un giornalismo d’opinione e di battaglia.

2. Le riviste letterarie e i giornali “morali”

Alle Gazzette a stampa nate e diffusesi fra il 1640 e il 1670, seguirono in Europa e in Italia i giornali letterari, che, sulle prime, raccoglievano prevalentemente estratti e segnalazioni librarie. I libri recensiti erano non solo a contenuto umanistico o scientifico, ma anche di vario argomento e quindi questi giornali, antenati delle nostre riviste culturali, furono una preziosa fonte di aggiornamento intellettuale. Questo carattere enciclopedico spiega il successo riscosso tra i lettori colti e nelle Accademie promosse dal mecenatismo degli Stati assoluti. Fu naturalmente un mecenatismo funzionale a precise politiche culturali. Stette di fatto che quegli stessi Principi che avevano ostacolato e soppresso le Gazzette di opposizione favorirono efficacemente i giornali letterari per associare studiosi ed artisti alla costruzione del consenso. Ne è un esempio il “Journal des Sçovans”, poi ribattezzato “Journal des Savants”, nato in Francia con la protezione di Luigi XIV.

Il termine “Journaliste“, riferito ai collaboratori di riviste culturali, fu impiegato per distinguere questa nuova figura redazionale da quella del cronista delle Gazzette. In particolare si intese stabilire che mentre il cronista, mescolando fatti e commenti, manipolava l’informazione, il Journaliste perseguiva l’obiettività dell’intellettuale indipendente ed era, al tempo stesso, titolare di un diritto di critica rispetto a qualsiasi argomento trattato: fosse un libro o un fatto.

Su questo versante Roma pone una bandierina poiché pubblica in Italia il primo “Giornale de’ letterati” (1668-83) diretto da Francesco Nazarì, Presidente della stamperia del Collegio Urbano di Propaganda Fide, che si avvale della collaborazione degli scienziati del Collegio Romano.

Anche in questo campo le date dimostrano che le riviste culturali, nate due secoli prima dei quotidiani, hanno un lungo glorioso passato dietro le spalle.

Un altro “Giornale de’ letterati” nacque a Parma nel 1686 e, sempre con lo stesso titolo, a Modena nel 1692 con l’intento dichiarato di spandere i “lumi” nel campo teologico, filosofico, scientifico e medico.

Grande rilievo culturale ebbe anche il “Giornale de’ letterati d’Italia” che si pubblicò tra il 1710 e il 1740.

“Spectator” di Londra portò in Europa un nuovo modello di giornalismo, quello “morale” o di costume, nel senso che offrì alla borghesia più colta ed evoluta uno specchio sui mutamenti sociali e morali che accendevano le conversazioni dei caffè e dei salotti.

Il mitico periodico londinese, che arrivò a tirare 4.000 copie, influenzò la “Gazzetta veneta” di Gaspare Gozzi, “La Frusta letteraria” di Giuseppe Baretti e il “Caffè” di Pietro Verri, il più illuministico giornale italiano, polemico con la cultura pedante dell’Accademia della Crusca, che potrebbe essere additato come antesignano del rotocalco moderno.

Il punto di riferimento di questa editoria influenzata dall’Illuminismo fu, naturalmente, l’Encyclopédie che in qualche modo si collegava allo “Spectator” e alle sue imitazioni europee.

Nella seconda metà del ‘700 il mercato della stampa periodica italiana assume la varietà e l’eterogeneità dei comparti che andranno sempre più esasperandosi. Entrano in scena l’economia, la medicina, il diritto, le scienze agricole per un target che cerca non solo il pubblico colto, ma quello più vasto dei medici, degli avvocati, dei grandi proprietari terrieri, dei liberi professionisti ai quali la notizia dei fatti non basta più. E’ così che l’obiettività viene sostituita dall’opinione del giornalista.

Maturano intanto i tempi per un giornalismo politico libero, capace di diffondere idee scomode per gli Stati autoritari.

Le Gazzette, pur non potendosi considerare giornali politici, con le notizie dal mondo avevano acceso l’interesse dei lettori italiani per la Rivoluzione Francese e per le idee di libertà. Nel triennio rivoluzionario, a partire dal 1796, con il dilagare delle truppe francesi, nascono i primi giornali politici con una prolificità assimilabile – con le dovute proporzioni – a quella che si era avuta in Francia negli anni della Rivoluzione.

Questa fioritura è effimera: con Napoleone il giornalismo libero dell’Italia peninsulare verrà prima esaltato – a parole – e poi messo a tacere ma, com’è sempre avvenuto, il tramonto del dibattito politico aprirà la strada ad una ripresa dell’editoria culturale e professionale: non esiste solo la malattia del leggere, ma anche quella dell’editare. Agli inizi dell’ ‘800, notevole sviluppo ebbe, infatti la stampa periodica professionale come “Il Giornale di Giurisprudenza universale” di Giandomenico Romagnosi (1811-14), il “Termometro mercantile” (Milano, 1811) e varie riviste di medicina, fisica, chimica e scienze naturali.

3. I periodici ufficiali d’informazione

Nella prima metà dell’ ‘800 i periodici d’informazione vivono il loro periodo più piatto: del tutto omologati e funzionali agli Stati pre unitari pubblicano gli atti ufficiali dei rispettivi governi, tratti da “veline”, notizie di cronaca locale che non diano ombra ai Sovrani, pezzi asettici sull’agricoltura, la sanità e l’istruzione.

Questi grigi giornali ufficiali, al pari di alcuni odierni giornali di partito, erano tutti passivi e quindi sopravvivevano grazie ai contributi statali.

In proposito un osservatore disincantato potrebbe ritenere che siffatti periodici ufficiali, al servizio del controllo sociale e del consenso, fossero del tutto inutili. Se non ci fa velo la partigianeria per la carta stampata vorremmo eccepire che persino quei periodici omologati non furono del tutto inutili per la costruzione di un pensiero diversificato.

A differenza della odierna televisione che può aprire la strada al pensiero unico come uno schiacciasassi, la carta stampata – anche quella non obiettiva – non addormenta la lettura critica dei fatti e costituisce pur sempre un antidoto al pensiero indifferenziato.

La periodicità di questi fogli d’informazione è settimanale o bisettimanale.

Qualche sporadico quotidiano nasce addirittura dalla fusione obbligatoria di precedenti settimanali, per decreto! Come il “Monitore delle due Sicilie” posto sotto la direzione e la responsabilità del Ministero di Polizia generale con atto del 10 gennaio 1811.

La foliazione è di quattro pagine, mentre le tirature sono quelle di un mercato soffocato dall’omologazione.

Ieri come oggi, i giornali fatti di veline risultavano indigesti e soporiferi e non potevano vendere.

Da un’inchiesta sulle tirature nel regno d’Italia condotta nel 1811, sulla base dei dati forniti dalle Prefetture, scopriamo che in testa c’era il “Corriere Milanese” con 3.000 “associati”, seguito a ruota dal “Giornale Italiano” di Vincenzo Cuoco e – chi lo direbbe? – da uno dei primi femminili, “Il Corriere delle Dame” fondato nel 1804 da Carolina e Giuseppe Lattanzi che, però, tirava solo 700 copie. Al riguardo, però, non è inopportuno ribadire che per calcolare il numero approssimativo dei lettori queste piccole cifre vanno, quanto meno, decuplicate poiché, all’epoca, i periodici non si buttavano, come oggi, ma si prestavano, passavano di mano in mano tra parenti ed amici e poi si collezionavano.

4. La nascita dei quotidiani nel periodo risorgimentale

La svolta che mosse le acque dell’informazione ufficiale e aprì la strada ai primi quotidiani è data dagli spiragli di libertà aperti dall’Editto di Pio IX (15 marzo 1847) che ridusse i poteri del Sant’Uffizio, dall’Editto albertino (26 marzo 1848) e dall’analogo Editto del Granduca di Toscana (6 maggio 1848).

I centri liberali e democratici considerano la stampa libera il terreno privilegiato della contesa politica e della diffusione dei nuovi valori. Vedono così la luce importanti periodici politici come “Il Contemporaneo”, settimanale di Roma (vicino al pensiero mazziniano), “L’Alba”, trisettimanale di Firenze, sensibile alle problematiche del lavoro, e nascono a Torino i primissimi quotidiani come “Il Risorgimento”, promosso da Cavour, forse il primo esempio di giornale-partito, e “La Concordia”, di tendenza democratica.

Nel periodo risorgimentale i quotidiani cominciano per così dire a prevalere sui periodici politici: la loro fioritura si fa rigogliosa per effetto dei moti insurrezionali di Venezia e Milano contro la dominazione asburgica e delle guerre d’Indipendenza dichiarate all’Austria dal Regno di Sardegna. Ma al di là di questi scossoni politici, resta il fatto storico che la libertà sviluppa la stampa d’opinione e la libera contesa politica mentre la tirannide produce stampa ufficiale e cancella il dibattito pluralistico. L’Editto sulla stampa, promulgato da Carlo Alberto, segna una svolta importante nella storia dell’editoria, dal momento che i suoi principi liberali furono estesi, dopo la nostra unificazione nazionale, a tutta la penisola. Venne infatti riconosciuta la libertà di stampa – mantenuta dal governo di Destra – e il diritto di editare periodici e giornali senza autorizzazione, e venne abolita la censura preventiva e qualsiasi intervento fiscale nella gestione dell’azienda editoriale. Rilevanti poteri discrezionali furono però conservati all’autorità pubblica e segnatamente ai Prefetti in materia di sequestro preventivo che si prestò ad arbitrii e persecuzioni anche con il governo della Sinistra (1876).

Un tema cruciale – sempre ricorrente – era stato introdotto dall’Editto albertino che, per arginare la libertà di stampa e di critica politica, aveva esteso la responsabilità penale del gerente al direttore del periodico, attraverso un’ambigua nozione di “complicità”. Il gerente infatti era una sorta di parafulmine, una testa di turco che, essendo l’unico responsabile di quanto si pubblicava, assicurava disinvoltura al direttore nella trattazione di fatti e problemi non graditi al potere politico.

Questo deterrente ispirò lo stato liberale, la Magistratura e – successivamente – lo Stato fascista. Nel 1884 la Corte di Cassazione di Torino estese infatti al direttore del giornale quella responsabilità penale che la legge sulla stampa limitava al gerente.

In quel clima di indifferenza ad un preteso lassismo concesso alla stampa dall’Editto albertino, sul finire del secolo numerose furono le condanne inflitte dall’autorità giudiziaria alla stampa giudicata “sovversiva” e frequenti furono i sequestri illegali sulle bozze di stampa ordinati dai Prefetti.

A parte ciò, sia lo Statuto albertino che la conseguente legislazione della stampa nell’Italia unitaria, costituirono una ventata di ossigeno determinante per il passaggio da un sistema informativo, prevalentemente ufficiale, al giornalismo d’opinione dei nascenti quotidiani e alla nascita dei primi comparti della stampa periodica.

Nella seconda metà dell’ ‘800 l’Italia diventa un singolare laboratorio della stampa politica e d’informazione grazie a quotidiani e periodici dei più vari orientamenti, ispirati a valori democratici, socialisti, cattolici, radicali ed anarchici.

Ma diventa anche un’incubatrice dei nuovi generi come quello dei periodici femminili anticipato dal “Corriere delle Dame” e di altri comparti a cui accenneremo più avanti.

5. L’avventura di un piccolo editore che osò inventare i femminili

Il “Corriere delle Dame” nella prima metà dell’ ‘800 offrì il più rilevante contributo alla nascita dei primi periodici familiari e femminili di moda. Poiché questo sommario storico ha per oggetto l’editoria periodica medio-piccola, soffermiamoci un momento ad anticipare l’avventura significativa di Alessandro Lampugnani che, con una piccola azienda familiare, divenne creatore ed editore di sette testate innovative.

Dal 1840 al 1864 Lampugnani diede vita ad una serie di periodici femminili che, imitando creativamente il genere già affermato in Inghilterra e in Francia, anticipò le rielaborazioni proposte da grandi aziende editoriali milanesi tra il 1865 e il 1895.

Il vulcanico editore che già aveva inventato il “Giornale delle Famiglie”, ribattezzato nel 1860 “Il Giornale delle Famiglie. La Ricamatrice”, pubblicò nello stesso anno una strenna, la “Guida delle famiglie” antesignana del sottogenere familiare.

Sostenute da valenti collaboratori, le testate di Lampugnani fecero della famiglia l’epicentro di virtù economiche e sociali e di principi di rettitudine in cui la rappresentazione del femminile acquistava un inedito rilievo protagonistico. Sul “Corriere delle Dame” del 24 aprile 1855 si poteva leggere questa riflessione: “Il miglior modo che le donne hanno di trattare per quella che si convenne dichiarare la loro emancipazione, si è di mantenere la propria dignità, d’imporre agli uomini l’esercizio delle civili virtù, di educare se stesse non a diventare spettacolo e strumento degli altrui piaceri, ma ispiratrici di sociali miglioramenti”.

Il campo dei femminili, presidiato a Milano dal solo Lampugnani, negli anni ’60 attrasse l’attenzione di due grandi editori che nel 1873, secondo un’indagine sulle tirature dei periodici di Ottino, travolsero le tirature delle testate di Lampugnani: Edoardo Sonzogno editava infatti “Il Tesoro delle Famiglie” con una tiratura di 7500 copie e “La Novità”, con 4000 copie, mentre Garbini, più distaccato, editava “Bazar”, con 3800 copie e “Il Monitore della Moda” con 1500 copie dell’edizione quindicinale. Nello stesso anno Lampugnani continuava strenuamente ad editare il “Giornale delle Famiglie. La Ricamatrice” (1400 copie), il “Corriere delle Dame” (sceso a 500 copie), il “Giornale delle Fanciulle” (600 copie), il “Il Giornale dei Modelli” (400 copie), il “Giornale dei Sarti” (500 copie) nonché, dal 1870, “La Toeletta di Parigi” e “La Toeletta delle Dame” di cui si hanno scarse notizie. L’edizione di questi sette periodici, non sostenuta da capitali adeguati, né sorretta da entrate pubblicitarie, mise in crisi Lampugnani, uno dei pochi editori che compensava i collaboratori e che per un’ascetica purezza editoriale non sollecitava la pubblicità, preferendo affidarsi esclusivamente ai ricavi da abbonamenti e vendite.

Nel 1874 il “Corriere” venne unificato al “Giornale delle Famiglie” e venduto, nel 1875, a Sonzogno che, neutralizzando la concorrenza delle due testate, consolidò la sua già forte dominanza nel mercato. Nello stesso anno, il 4 ottobre, il piccolo editore puro, inventore dei femminili morì a Milano.

Tutte queste notizie sono state riprese da una recente approfondita ricerca di Silvia Franchini che illumina questo tratto trascurato dalla storia dell’editoria così come poco frequentata dai ricercatori è la storia dei periodici italiani medio-piccoli.

6. Misteri della stampa quotidiana

Le vicende dei quotidiani non rientrano nell’oggetto di questo lavoro, pur tuttavia, per l’enorme influenza che i giornali esercitarono sul mercato editoriale, non possiamo sottacere il particolarissimo rapporto privilegiato e talvolta clientelare che le classi dirigenti intrattennero con la stampa quotidiana.

Fin sul nascere, intorno alla metà dell’ ‘800, i quotidiani italiani manifestarono affanni finanziari congeniti, dovuti in larga misura agli alti costi della carta, derivata da stracci (che successivamente sarà prodotta con la meno cara pasta di legno), da rilevanti spese di distribuzione, da basse tirature determinate da un’anomalia italiana: la dimensione regionale del mercato. La regionalizzazione conobbe una molteplicità eccessiva di testate quotidiane di piccola tiratura che, nella seconda metà del secolo, restarono bloccate al di sotto del mezzo milione di copie complessive. A loro volta le basse tirature dei quotidiani territoriali preclusero sufficienti ricavi da vendite, abbonamenti e pubblicità, ed apprezzabili economie di scala.

E’, dunque, comprensibile che in queste condizioni gli editori di giornali passivi fossero attratti dal potere politico ed economico. Meno immediatamente percepibile è la reciprocità di questa attrazione fatale che portò lo Stato, i Governi, gli Istituti di credito e, successivamente, i colossi industriali a ripianare i bilanci costantemente dissestati di molti quotidiani. Naturalmente non di tutti, poiché alcune aziende godettero di bilanci sani e non furono quindi costrette a tendere la mano ai potentati politici ed economici.

La stampa quotidiana del neonato Stato unitario oltre che dell'”assistenza” finanziaria del Ministero dell’Interno, fruì di rilevanti agevolazioni indirette, lasciate sempre alla discrezionalità governativa, come l’appalto (a trattativa privata) della pubblicazione a pagamento degli annunci legali e degli atti legislativi e amministrativi, la fornitura di carta a prezzi agevolati, la distribuzione delle notizie diffuse – in regime di monopolio – dall’Agenzia di stampa “Stefani”, il controllo delle Poste e delle linee telegrafiche per le corrispondenze giornalistiche.

Attraverso questo sistema di provvidenze statali dirette e indirette la stampa ufficiale, o comunque fiancheggiatrice dei Governi, uscita dalla porta con lo Statuto albertino, rientrò dalla sontuosa finestra dell’economia assistita.

Resta però irrisolta la risposta al mistero dell’attrazione fatale: cosa spinse i Governi, di qualsiasi colorazione politica, dall’Unità d’Italia, attraverso i governi della Destra e della Sinistra, durante la Guerra di Libia, e poi nel caso della Grande Guerra, per non dire del ventennio fascista, a sostenere ed agevolare giornali senza mercato o testate in perdita? Cosa indusse i leaders politici a creare costosi giornali – partito, come “Il Risorgimento” di Cavour?

Quali profitti cercarono di ricavare gli Istituti di credito che ripianarono bilanci editoriali dissestati? Che vantaggi trassero l’Ilva, l’Ansaldo, la Fiat, la Terni, gli zuccherieri bolognesi, i petrolieri e molti altri gruppi industriali, dall’acquisto di testate quotidiane o da salvataggi di giornali morenti?

Alle radici storiche di questi misteri, alla base dell’attrazione reciproca che avvince quotidiani e potere deve porsi il concetto di investimento ideologico che si distingue dall’investimento editoriale dell’editore puro per una sua particolare attitudine: quella di produrre magri profitti economici, ma sostanziosi profitti politici o legislativi, o elettorali, o di mediazione politica, o di costruzione del consenso, o di addomesticamento delle opposizioni.

La spiegazione del mistero dei quotidiani è tutta qui: finanziare un giornale può essere un utile investimento politico.

I profitti di questi investimenti possono essere anche di natura partitico – organizzativa. Ad esempio il finanziamento di un “giornale – partito” può essere meno costoso dell’allestimento di una rete capillare di circoli politici territoriali destinati a trasformare i simpatizzanti in militanti e gli incerti in elettori.

Castronovo ha spiegato questo non nuovo fenomeno osservando che “gli stanziamenti per la stampa costituivano una spesa di ordine politico pressoché scontata, la voce prevalente o quasi nei costi di gestione del potere, data l’inesistenza di un solido apparato decentrato. A Milano – esemplifica Castronovo – i “circoli” e le “associazioni” nei quali si concentrava l’attività politica e quella elettorale, non solo erano gestiti dai principali giornalisti, ma venivano indicati con il nome stesso dei vari giornali: “La Società Patriottica ovvero Perseveranza”, “Circolo Liberale progressista ovvero Pungolo”, ecc.; così in Piemonte dove i militanti della Sinistra parlamentare facevano capo alle associazioni promotrici dei giornali “Il Diritto” e “Le Alpi”.

Non sempre, ovviamente, risultò fondata la convinzione che bastasse controllare un buon numero di quotidiani per vincere le elezioni o per far cadere un Governo. Ma, nel dubbio, i Governi preferirono disporre di quotidiani amici che non di giornali avversari.

La pratica dell’orientamento elettorale e della costruzione del consenso o del dissenso condusse anche al passaggio obbligato della concentrazione editoriale che si rivelò non solo utile alle aziende, ma anche funzionale all’esercizio indisturbato del potere.

Discorso più complesso richiederebbe il rapporto della grande stampa con gli Istituti di credito. Per brevità citiamo solo lo scandalo della Banca Romana che mise in luce un sistema clientelare istituito con molti quotidiani di Roma e dell’Italia centro-meridionale tra il 1888 e il 1892.

L’inchiesta parlamentare dimostrò che in quel periodo la Banca Romana sborsò 425.048 lire per “spese di stampa”, e 330.789 lire figurarono a credito di vari giornali senza convincenti spiegazioni in bilancio. Numerosi furono, inoltre, gli sconti cambiari dei giornalisti alla Banca Nazionale, al Banco di Napoli e alla Banca Romana e gli sconti ad effetti metà dei quali erano “in sofferenza”. Le stesse Banche nazionali elargirono finanziamenti permanenti, anticipazioni e sconti di effetti “in sofferenza” a favore di una decina giornali in cambio di campagne di stampa favorevoli o di pressioni sul Governo.

Analoghi rapporti di cointeressenza vennero intrecciati tra grandi gruppi industriali e carta stampata. Le intese, quando non nascosero aspetti meno edificanti, ebbero ad oggetto pressioni interessate sul Parlamento per evitare leggi non gradite o sollecitare l’approvazione di provvedimenti favorevoli ai gruppi committenti. Nel 1916, ad esempio, industriali zuccherieri bolognesi salvarono il deficitario “Giornale del Mattino” per conservare il regime privatistico del settore saccarifero.

7 L’indipendenza dei periodici culturali, cattolici e sindacali

La mancanza di aiuti e protezioni, se non permise agli editori indipendenti di fare grossi affari con i periodici, consentì sotto i regimi autoritari una rilevante libertà intellettuale.

Nel periodo della Restaurazione e fino alla promulgazione degli Editti sulla stampa, mentre rientrarono in scena i fogli ufficiali degli Stati assoluti, le idee nuove – non trovando spazio nei fogli d’informazione – furono espresse, sia pure indirettamente dai periodici culturali, letterari, sindacali e professionali. Insomma dall’editoria periodica minore. Dal 1818 “Il Conciliatore” animato da Ludovico di Breme, Silvio Pellico, Giovanni Berchet, è il periodico letterario più significativo di quegli anni.

Alcuni periodici di successo hanno contenuti teatrali ed artistici. Gli stessi austriaci, nel 1816, promuovono la “Biblioteca Italiana” nel tentativo di ridurre l’avversione degli intellettuali del Lombardo-Veneto, mentre a Firenze, nel 1821, nasce “L’Antologia, giornale di scienze, lettere, ed arti” fondato da Giampiero Viesseux. Dal 1824 escono a Milano gli “Annali Universali di statistica”, mentre nel 1834 nasce il primo periodico a dispense: il “Teatro Universale. Raccolta enciclopedica e scenografica”: ogni fascicolo di 16 pagine ha un formato simile al “tabloid” e contiene da 12 a 20 incisioni.

Nel Sud emergono “Il Progresso delle Scienze, delle Lettere e delle Arti” edito a Napoli nel 1832 e “Le Effemeridi Scientifiche e Letterarie” di Palermo. A Torino due riviste interpretano il nuovo clima politico e sociale: l’ “Antologia italiana” a cui collaborano Cavour, Gioberti, D’Azeglio, Balbo, e il più popolare “Mondo Illustrato”.

Insomma le riviste di alta cultura, fin dalla prima metà dell’ ‘800, si insediano stabilmente ai piani alti della stampa periodica indipendente.

Tra le riviste più innovative edite nella seconda metà del secolo, una citazione spetta ad Angelo Sommaruga, affermatosi come creativo editore di riviste colte, che nel 1881 pubblicò a Roma il primo periodico di costume e di avanguardia: “Cronaca Bizantina” a cui collaborarono D’Annunzio, Scarfoglio, Panzini e Verga.

Ai primi del ‘900, distinta dai giornali governativi e da quelli di opposizione, si fa largo la stampa cattolica con una ventina di quotidiani e numerosi periodici d’informazione – antesignani degli odierni settimanali diocesani – che nel 1919 troviamo a Bolzano, Camerino, Faenza, Pisa e Trieste dove svolsero un ruolo di primo piano a sostegno dei cattolici candidati alle elezioni del 1913, quando il suffragio elettorale era stato esteso a tutti i cittadini di sesso maschile, non analfabeti.

Nello stesso periodo fiorì e si consolidò il vasto comparto dei periodici sindacali, associativi e professionali. I titoli sono eloquenti: “Il Muratore”, “Il Metallurgico”, “La Sveglia del Panettiere”, “Il Fascio ferroviario”, “Il Treno”, “Il Tipografo”, “Il Lavoratore del Libro”, “Il Gasista”, “Il Cameriere”, “Il Lavorante dei prodotti chimici”, “Il Tranviere”, “Le Arti Tessili”.

Si determina, infine, a partire dal 1906, l’accostamento tra operaismo e sindacalismo che consolida la vivace pubblicistica socialista.

Già dal 1873 la stampa periodica medio-piccola era presente in tutta l’Italia con 555 testate e una tiratura di 717.520 copie: le città che editavano un maggior numero di periodici erano Milano (con 137 periodici), Roma (109), Firenze (107), Torino (85), Napoli (81), Palermo (48) mentre si affacciavano nei mercati locali le pubblicazioni di Alessandria , Mantova, Avellino, Chieti, L’Aquila ed altri Comuni del Mezzogiorno dove veniva editato almeno un periodico.

Agli inizi del ‘900 la stampa periodica era così dispiegata: 47% al Nord, 31% al Centro e 21% nell’Italia meridionale e insulare. Quasi la metà dei periodici era concentrata nei Comuni con oltre 100.000 abitanti.

Si trattò di periodici medio-piccoli che non ebbero certamente le cifre e le tirature d’Oltralpe, ma, ad ogni modo, senza alcuna sovvenzione statale, grazie all’inventiva degli editori o di qualche mecenate illuminato si andarono moltiplicando, con vari comparti, in tutte le città.

Ai primi del ‘900 questa realtà editoriale e culturale cominciò ad essere oscurata dai giornali. Per i motivi indicati nel paragrafo precedente, nella prima metà del ‘900 Governi, Parlamenti, gruppi industriali, Istituti finanziari non ebbero occhi che per i quotidiani.

D’altro canto, se si eccettuano i periodici d’informazione e le riviste politiche, la stampa periodica mal si prestava ad istituire rapporti organici con i ceti politici e così – facendo di necessità virtù – divenne laboratorio privilegiato dell’editoria indipendente. Pagò questa autonomia con l’assoluta indifferenza dei piani alti del Palazzo. Fu così che dalla fine dell’ ‘800 alla metà del ‘900 i potenti intesero la parola stampa come sinonimo di stampa quotidiana. Persino molti storici e saggisti studiarono la stampa come mondo quasi esclusivo dei quotidiani. Ci vorrà un lungo lavoro per dare visibilità ai periodici e soprattutto a quelli editi da aziende medio-piccole e sarà un’operazione categoriale e culturale che avrà a protagonista un nuovo soggetto, l’USPI, sostenuta dagli intellettuali che si impegnarono a far sentire la sua voce.

Questa lunga, inesorabile ghettizzazione dei periodici medio-piccoli darà una piega di parzialità anche alle provvidenze statali per la stampa: i soldi dello Stato per i quotidiani si troveranno sempre, mentre i soldi per i periodici e per le riviste culturali non ci saranno mai o si troveranno solo in forma di briciole del banchetto della “grande” stampa.

8. Nascita e sviluppo dei moderni quotidiani e delle riviste “storiche”

I primi quotidiani videro la luce poco prima della metà dell’ ‘800: le testate più antiche sono la “Gazzetta di Mantova”, la “Gazzetta di Padova” e la “Gazzetta del Popolo” del 1848. Ma è nella seconda metà del secolo che i moderni quotidiani, editati nelle grandi città, nascono e si sviluppano. In ordine cronologico menzioniamo “La Gazzetta di Parma” (1850) che annoverò tra i consiglieri di amministrazione anche Giuseppe Verdi, “La Nazione” di Firenze (1859), “Il Giornale di Sicilia” (1860), “Il Secolo” (1866) e “Il Corriere della Sera” (1876), entrambi di Milano, “Il Messaggero” di Roma (1878), “Il Piccolo” di Trieste (1881), “Il Secolo XIX” di Genova (1885), “Il Gazzettino di Venezia” (1887), “Il Mattino di Napoli” (1892), “La Stampa” di Torino (1894), “Il Giornale d’Italia” di Roma (1901), “Il Resto del Carlino” di Bologna (1919).

Lo sviluppo diffusionale dei quotidiani, sulle prime, fu cittadino o al massimo regionale: nella Penisola si stampò un buon numero di giornali, ma tutti a dimensione territoriale, con basse tirature e modesti fatturati. Questa regionalizzazione delle origini ritarderà nel nostro paese la nascita di quotidiani a diffusione nazionale circoscrivendone l’espansione entro i confini interregionali del Nord, del centro e del Sud.

Alla fine dell’ ‘800 alcune testate riuscirono ad allargare la propria diffusione oltre i confini regionali, ad innalzare le tirature e, conseguentemente, a superare la propria fragilità finanziaria. Andò così affermandosi una sorta di darwinismo editoriale in cui le testate più forti emarginarono o espulsero dal mercato i giornali meno diffusi e più deboli, riducendo sensibilmente il numero delle testate.

Nel 1905 la percentuale dei quotidiani rispetto ai periodici, dall’11% del 1895 era scesa nel 1905 al 4,8%, annoverando le testate destinate a dominare la scena dell’informazione per molti decenni.

D’altro canto dobbiamo anche considerare che negli anni difficili dello sviluppo i quotidiani erano composti a mano.

L’invenzione della linotype (che fondeva i caratteri nel piombo liquido) avvenne nel 1884 e consentì di comporre 6.000 caratteri l’ora contro i 1.400 della composizione a mano.

Allo sviluppo quantitativo della stampa quotidiana fa riscontro, ai primi del ‘900, una fioritura di prestigiose riviste: la carta stampata era ormai diventata non solo veicolo di informazione e di partecipazione, ma anche strumento di pensiero.

Le statistiche sulla situazione letteraria, citate nel 1913 da Renato Serra in un quadro editoriale di sintesi, informano che a quella data si stampavano in Italia 742 periodici. Non si trattava di un numero scarso se si considera che agli inizi del ‘900, a quarant’anni dall’Unità, il nostro Paese era ancora fermo al 50% di analfabeti, mentre l’Inghilterra ne registrava il 3%, la Francia il 12% e la Russia zarista il 28%.

Sono dati deprimenti eppure nello stesso periodo sono in circolazione periodici prestigiosi. A titolo di esempio ricordiamo che Vallecchi tenne a battesimo i fermenti culturali del nuovo secolo con testate come “Il Rinnovamento”, “Leonardo”, “Il Regno”, “Revue du Nord”, “L’Anima”, “La Voce” e “Lacerba” che vide la luce nel 1913.

Con l’avvento del fascismo i capitani d’industria, che dominavano le proprietà dei quotidiani, cercarono rapporti privilegiati con il nuovo partito ed anzi, fin dai primi mesi dell'”era fascista” crearono giornali fiancheggiatori. Ma al regime, oltre al controllo della stampa e alla costruzione del consenso, interessava la repressione di ogni forma di dissenso. E così i Prefetti riebbero la facoltà di procedere al sequestro di quotidiani e periodici, anche senza la preventiva diffida, e a varie misure repressive si aggiunsero severe disposizioni sulla stampa periodica (1924), il regolamento sul “Direttore responsabile” (1926) e altre norme sulla disciplina dell’Ordine (1928).

Negli anni che videro nascere il fascismo e il suo diventare regime, l’editoria periodica minore non mancò di levare la sua voce. Valga, per molti, l’esempio di Pietro Gobetti che affidò la sua resistenza al nascente regime a riviste culturali come “Rivoluzione liberale” (1921-25) e “Il Baretti” (1924-28) e che – quando costituì una piccola casa editrice di libri senza finanziamenti di “generosi capitalisti” – scrisse: “Continuiamo (sic) a essere i poveri amministratori dell’ideale”.

Il leader fascista del Sindacato nazionale dei giornalisti il 1° maggio 1929, all’insediamento della Commissione superiore per la stampa, fece un annuncio esplicito: “Abbiamo abbattuto i falsi idoli della libertà di stampa e del quarto potere…”.

Per uno scherzo della storia, nel ventennio, la stampa quotidiana ad opera del regime fascista conobbe un oscuramento ben maggiore di quello che la stampa periodica viveva da molti anni.

Malgrado questo clima liberticida i periodici non persero di vivacità ed anzi conquistarono i grandi editori. Rizzoli tra il 1936 e il 1939 lanciò “Il Bertoldo”, “Omnibus” di Leo Longanesi (un capolavoro d’inventiva che però per il suo giornalismo pungente si pubblicò solo tra il 1937 e il 1939) e “Oggi” diretto da Arrigo Benedetti e Mario Pannunzio, mentre Mondadori nel 1939 editò “Tempo”, sul modello di “Life”.

Una polemica vivacità – tollerata dal regime – ebbero anche i fogli dei GUF (Gruppi universitari fascisti) dove fecero praticantato futuri intellettuali e giornalisti di successo.

Nel 1945 si apre la stagione dei moderni settimanali. Rizzoli riprende le pubblicazioni di “Oggi”, diretto da Edilio Rusconi mentre Mondadori riprende ad editare “Tempo”. Grande diffusione hanno “Grand Hotel” della casa editrice Universo, con i suoi romanzi a fumetti, e l’ironico “Uomo Qualunque” – ideato da Guglielmo Giannini – , che seppe interpretare le superficiali insofferenze del ceto medio raggiungendo le 800.000 copie.

Sempre nel 1945 uscì “L’Europeo”, antesignano dei rotocalchi, pubblicato dall’Editoriale Domus, fondata nel 1938 da Gianni Mazzocchi e da Giò Ponti (per la pubblicazione della rivista di architettura “Domus”).

Seguirono – sempre grazie alla creatività di Mazzocchi – nel 1950 “Settimo Giorno” e “Il Mondo”, per approdare, nei primi anni ’60 a “Quattroruote” e “Quattrosoldi”.

Nel 1953 Rizzoli comprò da Mazzocchi “L’Europeo” e lanciò i fotoromanzi di “Luna Park” poi ribattezzato “Sogno”.

Sul fronte laico e progressista si distinguono oltre al settimanale “Il Mondo”, fondato ed elegantemente diretto da Mario Pannunzio, “L’Espresso” (formato lenzuolo), diretto da Arrigo Benedetti, che vede la luce nel 1955 e che annoverava una coppia che avrebbe svolto un ruolo di primo piano fino ai nostri giorni: Carlo Caracciolo ed Eugenio Scalfari.

Arriviamo così ai primi vagiti dell’USPI che danno voce all’editoria periodica medio-piccola.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...