XXVIII Grado R.S.A.A. “Cavaliere del Sole o Principe Adepto” III Parte (Albert Pike)

CONSIDERAZIONI FINALI

Non v’è pretesa di infallibilità nella Massoneria. Non è da noi dettare all’uomo ciò in cui deve credere. Finora ci siamo limitati ad esporre i grandi pensieri che hanno trovato espressione nelle differenti età del mondo, lasciando ai fratelli libertà di interpretazione e di giudizio. Non verremo meno a tale impegno neppure in queste istruzioni finali di natura filosofica, in cui affronteremo le più alte questioni che mai mente umana si sia posta: l’esistenza e la natura di Dio, l’esistenza e la natura dell’anima, le relazioni tra spirito divino e spirito umano, e di entrambi con l’Universo. Non possono esistere questioni più importanti per il nostro intelletto, nessun argomento può avere per noi un interesse più diretto e personale. Perciò vi invitiamo a meditare seriamente quanto stiamo per dire che è solo il completamento e il risultato di ciò che abbiamo già detto in molti dei precedenti gradi, a riguardo dell’antico pensiero e degli antichi filosofi.

Nell’idea di ricompensare il credente e l’intelligente studioso col trasmettergli la conoscenza della vera “parola”, la Massoneria ha perpetuato una grande verità: l’immagine che l’uomo si fa di Dio è sempre l’elemento rivelatore della sua concezione del mondo e della vita sia nei rapporti sociali sia nella sfera privata. E’ diverso dagli altri, sia in guerra sia in pace, quel popolo che si figura la Divinità come un dio crudele, che si delizia di sacrifici cruenti. Allo stesso modo è diverso quell’uomo che si interroga sulla natura del libero arbitrio e medita sulle sue scelte di vita.

Col tempo gli studi filosofici sembrano aver posto in crisi le vecchie concezioni religiose. E sempre più spesso si parla di ateismo che è negazione di Dio a parole, non in realtà. Un uomo afferma: non esiste Dio, cioè quel Dio auto-creato, o increato, sempre esistente, Causa prima dell’esistenza, mente dell’Universo; e quell’ordine, bellezza, armonia del mondo materiale e spirituale non indicano alcun piano a proposito della Divinità. Ma egli dice: la Natura è potente, saggia, attiva e buona; essa sì, è auto-creazione, o sempre esistente, causa di sé, mente dell’Universo e sua Provvidenza. Esiste ovviamente un piano e un proposito da cui scaturiscono ordine, bellezza e armonia, ma sono piani e propositi della Natura.

In tal caso, l’assoluta negazione di Dio è solo formale e non reale. Le qualità di Dio sono ammesse, e tutta la questione nasce dal fatto che esse non vengono riconosciute in un dato “Dio”. Un uomo può chiamare la somma di certi divini attributi Natura, un altro Cielo, un terzo Universo, un quarto Materia, un quinto Spirito, un altro ancora Dio, Theos, Zeus, Al-Fadir, Allah, o come più gli piace. Tutti ammettono l’esistenza di un Essere Supremo, un potere, un ente superiore, comunque lo chiamino. Il vero ateismo è piuttosto negazione di ogni Dio, mente, intelligenza, ente, causa e provvidenza dell’universo, che sia e che intenzionalmente o intelligentemente produca ordine, bellezza, armonia. Il vero ateo dovrebbe giungere a sostenere che la materia è eterna, o che si auto-origina, il che è assurdo, o che fu originata da un’intelligenza o almeno da una Causa prima: col che ammette Dio.

In verità, la dottrina dell’ateismo è tutta qui: “La morte è la fine: questo è un mondo senza Dio, e noi siamo corpi senz’anima, con un oggi senza un domani; una terra, senza rigenerazione. Si muore e si torna polvere. L’uomo è ossa, sangue, visceri, cervello; la mente è materia, e non c’è anima nell’uomo. Possiamo vedere lontano fino a riconoscere una piccola stella nella nebulosa cintura di Orione, così distante che la sua luce impiega milioni di anni per giungere sulla Terra, pur viaggiando alla velocità di dodici milioni di miglia al minuto. E non esiste cielo in tutto ciò: vedete così lontano, e non c’è uno spicchio di cielo, eppure pensate che ve ne sia, al di là; ma pure se vi fosse, come potreste raggiungerlo? Non esiste Essere Supremo. L’intera natura è un semplice agglomerato di atomi, il pensiero di una casuale ed effimera funzione della materia, una fortuita vibrazione di un prodotto già fortuito, una probabilità scaturita dall’energia dell’Universo. Gli eventi accadono, non sono predisposti. C’è fortuna e sfortuna, ma nessuna segreta intelligenza. Con la morte ritornerete nella polvere”.

Può tutto ciò soddisfare l’umano istinto dell’immortalità che spinge l’uomo alla ricerca della verità e verso la via del ritorno alla sorgente di luce con l’umanità intera, per l’eternità?

L’uomo non si rassegnerà a credere che non esista un Essere Supremo che lo creò, né una coscienza che attuò leggi eterne, né una legge di amore universale che guidi l’umanità sulla via della giustizia, della saggezza e della fraternità. La storia non è fortuito concorso di eventi, né la Natura soltanto un casuale agglomerato di atomi. Non possiamo credere che non vi sia alcun piano né proposito della Natura, che guidi il nostro cammino, che ci sia un moto senza direzione, che bellezza, saggezza, affetto, giustizia, moralità nel mondo non siano che fatti accidentali, che possono finire da un momento all’altro.

Nessun uomo si poté mai, né mai si potrà, rassegnare a questa tesi. L’evidenza di Dio si è piantata così profondamente nella Natura e così intimamente intessuta nell’ordito della trama umana, che l’ateismo non è mai divenuto una fede, anche se a volte ha assunto l’aspetto di una teoria filosofica. La religione è naturale per l’uomo. Istintivamente egli si rivolge a Dio. Nella matematica dei cieli, scritta in grossi caratteri di fuoco, egli vede la legge, l’ordine, la beatitudine, l’armonia universale. In tutta la natura, animata e inanimata, vede la manifestazione di un disegno, di una volontà, di un’intelligenza, di un Dio; un Dio infinito, saggio, misericordioso e onnipresente. L’uomo, circondato dall’Universo materiale, è conscio dell’influenza che questo ambiente materiale esercita sulle sue vicende e sul suo destino terreno. Per l’uomo, i cieli stellati, l’alternarsi delle stagioni, il sorgere della Luna e del Sole, sono tutti segni evidenti di un ordine universale. E ancora oggi, dopo millenni di ricerche, quei segni incalzano la mente umana, per aprire le vie di maggiore conoscenza, che sarà acquisita gradualmente nel corso di secoli futuri, e forse sempre lo faranno invano.

Quando poi l’uomo cessò di guardare alle parti singole e alle forze separate dell’Universo, quando cioè egli ne ebbe una visione unitaria, tra le prime domande che insistentemente gli vennero alla mente ci fu questa: “E’ tale universo esistente in sé e per sé, o fu creato? E’ eterno o ha un’origine?”. E immediatamente si chiese: “E’ tale Universo un puro aggregato di casuali combinazioni di materia, o è il risultato del lavoro di un’intelligenza che agisce secondo schemi preordinati?”. E ancora: “Se esiste una tale intelligenza, cosa e dove è? E’ lo stesso Universo un centro soggetto a leggi immutabili di armonia cosmica? E’ come l’uomo, materia e energia? La Natura agisce su se stessa, o esiste una causa oltre essa che produce tale azione?”. “Se esiste un Grande Architetto, staccato dall’Universo materiale, che creò tutte le cose, Egli, essendo increato, è corporeo o incorporeo, materiale o spirituale, anima dell’Universo o da esso separato? E se Egli è energia spirituale, cos’è lo Spirito?” “La Suprema Volontà era attiva o no prima della creazione? E se era inattiva per una precedente eternità, quale necessità della Sua natura la mosse infine a creare il mondo?” “La materia era con Lui coesistente, o fu creata dal nulla, o ordinata da un caos già esistente? Il nostro ORDO AB CHAO.  “La Divinità creò direttamente la materia, o essa fu creazione di divinità inferiori, Sue emanazioni?”. “Se Egli è buono e giusto, come si giustifica il fatto che, pur prevedendo tutto, permette al male e al dolore di esistere, e come conciliare con la Sua benevolenza e saggezza l’esistenza del vizio e la sofferenza dell’uomo virtuoso?”.

E ancora, riguardo a se stesso, l’uomo si pose queste e altre domande, che puntualmente ritornano per tutti noi. “Qual è la parte pensante in noi? Il pensiero è forse puro risultato di organizzazione della materia, o c’è un’anima in noi che pensa, separata ma interna al corpo? Se essa esiste, è eterna e increata, o altrimenti come è stata creata? È distinta da Dio, o è una Sua emanazione? È immortale in sé, o solo perché Dio ha voluto così? Deve tonare a Lui e in Lui annientarsi, o esisterà sempre, da Lui separata, nella sua attuale identità?”. “Se Dio ha previsto ha previsto e programmato tutto ciò che accade, come può l’uomo avere realmente un libero arbitrio, o anche il minimo controllo delle circostanze? Come può qualcosa essere realizzato contro il potere dell’infinita Onnipotenza?”. “Qual è il fondamento della legge morale? La dettò Dio per suo puro piacere? E se è così, non può Egli a Suo piacimento cambiarla? Chi ci assicura che non lo vorrà fare, rendendo bene il male e vizio la virtù? O essa è necessità della Sua natura, e allora chi l’ha dettata? Non forse un potere, come l’antico Fato, superiore a Dio?”.

Poi sopraggiunse la grande domanda sul Futuro, su un’altra vita, sul destino dell’anima, e le mille altre questioni a esse connesse sulla materia, lo spirito, il futuro, Dio; quelle che in definitiva hanno prodotto tutti i sistemi filosofici, metafisici e teologici, che il mondo conosce.

Ciò che gli antichi filosofi pensavano intorno a tali grandi interrogativi, abbiamo già spiegato. Abbiamo cercato di farvi conoscere le dottrine gnostiche e orientali. Vi abbiamo riferito l’insegnamento dei Cabalisti, degli esseni, di Filone. Abbiamo mostrato come, e con quale meccanica, molta dell’antica mitologia derivasse dal quotidiano e annuale ricorrere dei fenomeni celesti. Vi abbiamo fornito le antiche nozioni con cui l’uomo cercava di spiegarsi l’esistenza e la prevalenza del male; in qualche grado fatto conoscere le loro idee metafisiche sulla natura di Dio. Ma molto rimane ancora da fare, ed è oltre il nostro potere farlo. Noi stiamo attoniti sulle sponde del grande oceano del Tempo e della Conoscenza. Dinanzi a noi si stende illimitata l’immensità silenziosa del Passato, e le sue onde, sfiorando i nostri piedi lungo la riva di sabbia amorfa, ci portano di tanto in tanto, dalle profondità dell’oceano senza fine, una conchiglia, un po’ di alghe o una pietra levigata e questo è tutto quel che resta di tutti i tesori dell’antico pensiero che vi giacciono sepolti.

Eppure l’uomo, pur sapendo così poco del mondo nel quale vive, si avventurò, e ancor oggi si avventura, a speculare sulla natura di Dio e a definire dogmaticamente nei credo un soggetto che è proprio il meno comprensibile per le sue facoltà, e anche a odiare e perseguitare chi non accetta tali credo.

Tuttavia, benché la conoscenza dell’Essenza Divina sia impossibile, le concezioni originatesi intorno ad essa sono stimolanti per ulteriori approfondite ricerche da parte di filosofi, teologi e massoni. La storia della religione è la storia della mente umana, e le concezioni che essa si forma dell’Essere Supremo sono sempre in esatta relazione col suo sviluppo morale e intellettuale. L’una è la misura e l’indice dell’altra.

La nozione negativa di Dio, consistente nell’astrarre dall’indefinito e dal finito, è, secondo Filone, la sola via per cui è possibile all’uomo rettamente apprendere la nozione di Dio. Esaurita la varietà dei simbolismi, confrontiamo la grandezza dell’Essere Supremo con il microcosmo dell’uomo e impieghiamo espressioni apparentemente affermative, come “Infinito”, “Onnipotente”, “Onnisciente”, “Eterno”, e simili; ma esse in realtà non fanno che negare, in Dio, quei limiti che le facoltà umane mostrano, e così ci sentiamo appagati da aggettivi che in realtà sono soltanto la definizione correlata ai nostri limiti umani e certamente lontana dalla maestà del Grande Architetto dell’Universo.

Gli Ebrei e i Greci esprimevano astratta esistenza, senza manifestazioni o sviluppi esterni. Della stessa natura sono le definizioni: “Dio è un’entità il cui centro è ovunque, e la cui superficie in nessun luogo”. “Dio è l’Onniveggente, Invisibile in Sé”.

La maggior parte delle cosiddette idee o definizioni dell’Assoluto sono solo collezioni di negazioni, per cui, siccome non affermano nulla, nulla da esse si può apprendere.

Dio fu dapprima identificato con i corpi celesti e con gli elementi della Natura. Quando la coscienza dell’uomo della propria intellettualità fu maturata, ed egli si convinse che l’interna facoltà del pensiero era qualcosa di più del sottile elemento, egli trasferì questa nuova concezione all’oggetto della sua adorazione, e deificò un principio mentale anziché fisico. In ogni caso faceva Dio a propria immagine perché, nostro malgrado, i più alti sforzi del pensiero umano non possono condurre a nulla di più alto della supremazia dell’intelletto, e così si ritorna sempre a qualche familiare tipologia di esaltata umanità.

L’eterna aspirazione del sentimento religioso nell’uomo è l’unirsi a Dio. Nel suo primo sviluppo, il desiderio e il suo appagamento erano simultanei, attraverso una cieca fede. Man mano che la concezione di Dio fu esaltata, la nozione della Sua presenza, o vicinanza terrena, fu abbandonata, e la difficoltà di comprendere il divino governo, insieme ai grandiosi errori di superstizione che sorgevano dalla sua errata interpretazione, misero in pericolo tutta la fede.

Anche le luci del Cielo, che come “chiare potenze celesti” erano prima vigili sorveglianti delle economia terrene, ora erano più fredde e distanti, e Uriel non poteva più scendere su un raggio di sole. Ma il vero cambiamento consisteva nell’ascesa delle facoltà umane, e non in quella della Natura Divina. Le stelle infatti non sono ora più distanti di quanto non lo fossero quando si pensava che posassero sulle spalle di Atlante. Eppure un certo senso di disappunto e di umiliazione permeò il primo risveglio dell’anima, quando la ragione, guardando alla Deità, fu colpita da una profonda sensazione di smarrimento.

Poi la speranza sopravvisse allo scoramento, e ogni popolo che avanzò nelle più elementari concezioni sentì la necessità del tentativo di colmare l’abisso, reale o immaginario, tra l’uomo e Dio. Il far ciò fu il grande compito della poesia, della filosofia, delle religioni. Di qui le personificazioni degli attributi divini, dei Suoi sviluppi, delle Sue manifestazioni, come “Potenza”, “Intelligenza”, “Angeli”, “Emanazioni”, attraverso i quali, insieme con la propria facoltà oracolare, l’uomo si metteva in comunione con Dio.

Anche la divisione della Causa Prima e Suprema in due parti, l’una attiva e l’altra passiva, l’Universo Agente e Inerte, l’ermafrodita Dio-Mondo, è uno dei più antichi e diffusi dogmi della filosofia e della teologia naturale. Quasi ogni popolo gli diede un posto nel suo culto, nei suoi misteri, nelle sue cerimonie.

Dalla dottrina dei due principi, attivo e passivo, derivò quella dell’Universo, vivificata da un principio di vita eterna e da un’anima universale, dalla quale ogni essere individuale e temporaneo riceveva alla sua nascita un’emanazione, che alla sua morte torna alla propria fonte. La vita della materia appartiene alla natura così come alla materia stessa, e poiché la vita è caratterizzata dal movimento, le fonti della vita sembrarono logicamente risiedere nei corpi luminosi ed eterni, e soprattutto nel cosmo in cui essi si muovono, e che li trascina con sé in quella sua rapida corsa che è più veloce di ogni altro movimento. Sia fuoco che calore hanno un’analogia così forte con la vita, che il freddo, come l’assenza di movimento, sembrò carattere distintivo della morte. Conseguentemente, il fuoco vitale che arde nel Sole, e produce quel calore che vivifica ogni cosa, fu riguardato come principio di organizzazione e vita di tutti gli esseri sublunari. Secondo questa dottrina l’Universo, nella sua azione creatrice eterna, non deve essere riguardato solo come un’immensa macchina, mossa da potentissime fonti di energia e trascinata in perenne moto che, partendo dalla circonferenza, si dirige verso il centro, agisce e reagisce in ogni possibile direzione, e riproduce ordinatamente tutte le varie forme che la materia riceve. Una tale concezione porterebbe a considerarlo freddo “atto” puramente meccanico, la cui energia non potrebbe mai produrre la vita.

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