Essere e tempo

E’ quindi venuto il momento di far vedere una buona volta come nel fenomeno della morte si rivelino l’esistenza, l’effettività e la deiezione dell’Esserci.

Abbiamo respinta come inadeguata l’interpretazione del “non-ancora”, e quindi dell’estremo “non-ancora” proprio dell’Esserci, nel senso di mancanza. E ciò perché tale interpretazione implica l’assunzione dell’Esserci come semplice-presenza. Essere alla fine significa esistenzialmente: essere-per-la-fine. L’estremo “non ancora” ha il carattere di qualcosa a cui l’Esserci si rapporta. La morte sovrasta l’Esserci. La morte non è affatto una semplice-presenza non ancora attuatasi, non è un mancare ultimo ridotto ad minimum, ma è, prima di tutto, un’imminenza che sovrasta.

Ma all’Esserci, come essere-nel-mondo, sovrastano molte cose. Il carattere di imminenza sovrastante non è esclusivo della morte. Un’interpretazione del genere potrebbe far credere che la morte sia un evento che si incontra nel mondo, minaccioso nella sua imminenza. Un temporale può sovrastare come imminente; la riparazione di una casa, l’arrivo di un amico, possono essere imminenti; tutte cose, queste, che sono semplici-presenze o utilizzabili o compresenze. Il sovrastare della morte non ha un essere di questo genere.

Ma può sovrastare all’Esserci, ad esempio, anche un viaggio, una spiegazione con Altri, la rinuncia a qualcosa che l’Esserci stesso può essere: possibilità, queste, che appartengono all’Esserci e che si fondano nel con-essere con gli Altri.

La morte è una possibilità di essere che l’Esserci stesso deve sempre assumersi da sé. Nella morte l’Esserci sovrasta a se stesso nel suo poter-essere più proprio. In questa possibilità ne va per l’Esserci puramente e semplicemente del suo essere-nel-mondo. La morte è per l’Esserci la possibilità di non-poter-più-esserci. Poiché in questa possibilità l’Esserci sovrasta a se stesso, esso viene completamente rimandato al proprio poter-essere più proprio. In questo sovrastare dell’Esserci a se stesso, dileguano tutti i rapporti con gli altri Esserci. Questa possibilità assolutamente propria e incondizionata è, nel contempo, l’estrema.

Nella sua qualità di poter-essere, l’Esserci non può superare la possibilità della morte. La morte è la possibilità della pura e semplice impossibilità dell’Esserci. Così la morte si rivela come la possibilità più propria, incondizionata e insuperabile. Come tale è un’immensa sovrastante specifica. La sua possibilità esistenziale si fonda nel fatto che l’Esserci è in se stesso essenzialmente aperto e lo è nel mondo dell'”avanti a sé”. Questo momento della struttura della Cura ha la sua concrezione più originaria nell’essere-per-la-morte. L’essere-per-la-fine si rivela fenomenicamente come l’essere per la possibilità dell’Esserci più caratteristica e specifica.

Questa possibilità più propria incondizionata e insuperabile, l’Esserci non se la crea accessoriamente e occasionalmente nel corso del suo essere. Se l’Esserci esiste, è anche già gettato in questa possibilità. Innanzitutto e per lo più l’Esserci non ha alcuna “conoscenza”, esplicita o teorica, di essere consegnato alla morte e che questa fa parte del suo essere-nel-mondo. L’esser-gettato nella morte gli si rivela nel modo più originario e penetrante nella situazione emotiva dell’angoscia. L’angoscia davanti alla morte è angoscia “davanti” al poter essere più proprio, incondizionato e insuperabile. Il “davanti-a-che” dell’angoscia è il poter-essere puro e semplice dell’Esserci. L’angoscia non deve essere confusa con la paura davanti al decesso. Essa non è affatto una tonalità emotiva di “depressione”, contingente, casuale, alla mercé dell’individuo; in quanto situazione emotiva fondamentale dell’Esserci, essa costituisce l’apertura dell’Esserci al suo esistere come esser-gettato per la propria fine. Si fa così chiaro il concetto esistenziale del morire come esser-gettato nel poter-essere più proprio, incondizionato e insuperabile, e si approfondisce la differenza rispetto al semplice scomparire, al puro cessar di vivere e all'”esperienza vissuta” del decesso.

L’essere-per-la-fine non è il risultato di una deliberazione improvvisa e saltuaria, ma fa parte in modo essenziale dell’esser-gettato dell’Esserci, quale si rivela, in un modo o nell’altro, nella situazione emotiva (tonalità affettiva). Il “sapere” o il “non sapere” da parte dell’Esserci concreto circa il suo più proprio essere-per-la-fine sono semplicemente l’espressione della possibilità esistentiva di mantenersi in questo essere in diversi modi. La constatazione che in linea di fatto molti uomini, innanzitutto e per lo più, non sanno nulla della morte, non può essere addotta a prova che l’essere-per-la-morte non appartiene “universalmente” all’Esserci, ma vale piuttosto come prova del fatto che l’Esserci, innanzitutto e per lo più, copre il proprio essere-per-la-morte fuggendo davanti ad esso. L’Esserci muore effettivamente fin che c’è, ma, innanzitutto e per lo più, nella maniera della deiezione. Infatti l’esistere effettivo non solo è, in generale e indifferentemente, un gettato poter-essere-nel-mondo, ma è anche sempre immedesimato con un “mondo” di cui si prende cura. In questo deiettivo esser-presso si annuncia la fuga dallo spaesamento, cioè la fuga davanti al più proprio essere-per-la-morte. Esistenza, effettività e deiezione caratterizzano l’essere-per-la-fine e sono perciò costitutivi di un concetto esistenziale della morte. Il morire, quanto alla sua stessa possibilità ontologica, si fonda nella cura.

Ma se l’essere-per-la-morte fa parte originariamente ed essenzialmente dell’essere dell’Esserci, esso deve – anche se, innanzitutto, in modo inautentico – esser rintracciabile nella quotidianità. E se, inoltre, l’essere-per-la-fine deve fornire la possibilità esistenziale di un essere un tutto esistentivo da parte dell’Esserci, ci dovrà offrire la conferma della tesi: la Cura è la designazione ontologica della totalità delle strutture dell’Esserci. La giustificazione fenomenica esauriente di questa affermazione non può accontentarsi di un semplice schizzo della connessione fra essere-per-la-morte e Cura. Il rapporto deve essere reso innanzitutto visibile nella concrezione più immediata dell’Esserci, cioè nella sua quotidianità.

Heidegger, Essere e tempo

 

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