Eternità e silenzio (Appendice 8)

Noi mi rimane che informare il lettore di quale sia la mia personale teoria dell’eternità. È una povera eternità ormai senza Dio, e anche senza alcun altro detentore, e senza archetipi. La formulai nel mio libro “La lingua degli argentini”, nel 1928. Trascrivo ciò che pubblicai allora; la pagina si intitolava “Sentirsi nella morte”.

“Voglio registrare qui un’esperienza che ebbi alcune notti or sono: un’inezia troppo evanescente ed estatica perché la possa chiamare avventura; troppo irragionevole e sentimentale perché la possa definire pensiero. Si tratta di una scena e di una frase: frase già pronunciata da me, ma fino allora non vissuta con intera dedizione del mio io. La riferisco con gli accidenti di tempo e di luogo che la contraddistinsero.

“La ricordo così. Il pomeriggio precedente a quella sera ero a Barracas, località che non visitavo abitualmente, e la cui distanza da quelle che in seguito percorsi diede già un sapore strano a quella giornata. La sera di quel giorno non era stata destinata a nulla di preciso; poiché era serena, uscii a passeggiare e a ricordare. Non volli dare ai miei passi una meta precisa, anzi feci in modo da avere il più ampio margine di possibilità, per non estenuare l’attesa con la prospettiva obbligata di una sola di esse. Realizzai nella povera misura del possibile ciò che si definisce andare a zonzo; accettai, senza altro cosciente pregiudizio se non quello di evitare i viali o le strade larghe, i più oscuri inviti del caso. Eppure, una sorta di gravitazione familiare mi allontanò verso quartieri del cui nome sempre voglio ricordarmi, e che incutono riverenza al mio cuore. Non voglio intendere con questo il mio quartiere, l’ambito preciso della mia infanzia, ma i suoi ancora misteriosi dintorni: un confine che ho posseduto pienamente a parole e poco nella realtà, vicino e mitologico insieme. Il rovescio del conosciuto, il suo retro, ecco che cosa sono per me quelle strade penultime, a me ignote, di fatto, quasi quanto le fondamenta sepolte della nostra  casa o il nostro invisibile scheletro. Vagando qua e là arrivai a un crocicchio. Aspirai la notte, in una serenissima vacanza del pensiero. La visione, di per sé niente affatto complessa, sembrava semplificata dalla mia stanchezza. La sua stessa tipicità la rendeva irreale. Era una strada di case basse, e benché la prima impressione fosse di povertà, la seconda era certamente di felicità. Era tanto povera quanto graziosa. Nessuna casa si affacciava direttamente sulla strada; a un angolo, un fico formava una gran macchia scura; i portoncini- più alti delle linee allungate dei muri di cinta – sembravano ricavati dall’infinita sostanza della notte. Il marciapiede precipitava a picco sulla strada; la strada era di fango primigenio, fango d’America non ancora conquistato. In fondo, il viottolo, ormai campestre franava giù verso il Maldonado. Sopra la terra fosca e caotica, un muro rosato sembrava non ricevere luce di luna, ma effondere luce intima. Niente può esprimere la tenerezza meglio di quel rosa.

“Rimasi a contemplare quella semplicità. Pensai, certamente ad alta voce: “È esattamente come trent’anni fa …”. Immaginai quella data: un’epoca recente in altri paesi, ma già remota in quella mutevole parte del mondo. Forse cantava un uccello, e provai per lui un piccolo affetto, delle dimensioni di un uccello; ma è certo che in quel già vertiginoso silenzio non ci fu altro rumore che quello, anch’esso atemporale, dei grilli. Il facile pensiero: “Mi trovo nel milleottocento …” smise di essere un insieme di parole approssimative e si radicò nella realtà. Mi sentii morto, mi sentii astratto percipiente del mondo: un timore indefinito imbevuto di sapere,  che è la massima chiarezza della metafisica. Non credetti, no, di aver risalito le presunte acque del Tempo; sospettai invece di possedere il significato reticente o assente dell’inconcepibile parola “eternità”. Solo più tardi riuscii a precisare quella fantasia.

“Ora la scrivo così: questa pura rappresentazione di fatti omogenei – notte serena, muro chiaro, odore campestre del caprifoglio, fango primigenio – non è soltanto identica a quella che avvenne in quel crocicchio tanti anni fa: è la stessa, senza somiglianze né ripetizioni. Il tempo, se possiamo intuire questa identità, è un’illusione: l’indistinzione e l’inseparabilità di un momento del suo apparente ieri e di un altro del suo apparente oggi bastano a disintegrarlo.

“È evidente che il numero di simili momenti umani non è infinito. Quelli elementari – quelli di sofferenza fisica e di godimento fisico, dell’approssimarsi del sonno, dell’ascolto di una musica, quelli di grande intensità o di grande angoscia – sono ancora più impersonali. Ne desumo a priori questa conclusione: la vita è troppo povera per non essere anche immortale. Ma non abbiamo neppure la sicurezza della nostra povertà, dato che il tempo, facilmente confutabile sul piano della sensazione, non lo è altrettanto sul piano intellettuale, dalla cui essenza sembra inseparabile il concetto di successione. Quell’idea intravista rimanga dunque un aneddoto emotivo, e siano affidati alla confessa incertezza di questa pagina il momento di vera estasi e la possibile insinuazione di eternità di cui quella notte non mi fu avara.

Borges, Storia dell’eternità

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