Appunti di Storia della Stampa Periodica (3)

Capitolo Terzo

I RAPPORTI DELL’EDITORIA MINORE CON IL PALAZZO

 

 

  1. Dall’identità categoriale alla visibilità

Se Giovanni Terranova fu il Segretario Generale della rifondazione dell’USPI e il protagonista della costruzione della categoria, Gian Domenico Zuccalà – nella sua lunga attività di Segretario Generale dal 19 dicembre 1972 al 30 ottobre 1999 (e di Presidente dal 15 maggio 1998 al 30 ottobre 1999) – fu l’artefice della visibilità della categoria e il protagonista dei rapporti dell’editoria periodica medio-minore con il Palazzo, le sue stanze e i suoi corridoi. Questi rapporti furono a volte delicati, spesso polemici, ma sempre produttivi di richieste non irragionevoli e di soluzioni costruttive. Nel 1978, in occasione del 25° dell’USPI, Italo Borzi, Direttore Generale dei Servizi Informazione e Proprietà Letteraria della Presidenza del Consiglio, ebbe a scrivere: “…a proposito…dei vari progetti di legge emanati nel corso di questi 25 anni, bisogna sottolineare quale fonte preziosa di indicazioni sia stata l’USPI per quanti operano nel settore. L’Associazione, infatti, ha sempre portato avanti una politica di richieste concrete e valide, tali da costituire un contributo spesso risolutivo e sempre oculato, alla scelta di questa o quella strada da percorrere per sostenere quegli strumenti di pluralismo dell’informazione che sono i periodici…”[1].

La conquista di sistematiche consultazioni e di regolari rapporti sindacali con i Governi, i Parlamenti, le forze politiche, le burocrazie ministeriali, fu sempre frutto di una battaglia diuturna, volta a dare visibilità a quella editoria periodica medio-piccola che pure, a metà degli anni ’70, aveva conseguito piena identità e legittimazione categoriale e al suo Sindacato – l’USPI – che negli anni ’80 aveva raggiunto la leadership rappresentativa della stampa periodica.  Ma l’identità di una categoria e la legittimazione del soggetto sindacale che la rappresenta non comportano automaticamente la chiara visibilità della categoria stessa.

Quando Zuccalà successe a Terranova le Istituzioni non erano né favorevoli né contrarie all’editoria periodica minore per il semplice fatto che non sapevano bene cosa fosse. Per i politici la carta stampata erano i libri, i quotidiani e i soli periodici esposti nelle edicole: i magazines, i femminili, “Topolino”. L’editoria minore era ancora oscurata dalla vecchia ombra ottocentesca che si era formata con la nascita dei quotidiani.

Vorremmo poter dire che, dopo mezzo secolo di lotte per la visibilità dei periodici medio-piccoli, quell’ombra si sia diradata. E invece no. Ancora oggi ad ogni inizio di legislatura, ad ogni formazione di governo, ad ogni cambio dei vertici ministeriali, la Segreteria Generale deve spiegare quali sono e cosa fanno le aziende medio-piccole editrici di periodici, cos’è l’USPI, perché le riviste di elevato valore culturale devono essere considerate “beni culturali” a tutti gli effetti, come i musei, i teatri dell’opera, i caffè storici.

La visibilità del comparto è stata la condizione indispensabile perché l’editoria medio-minore accorciasse le distanze con la legislazione editoriale pensata sempre e solo per la grande stampa, con buona pace del pluralismo.

Naturalmente Zuccalà non pretese di fare tutto da solo, ma concluse alleanze, coltivò i rapporti con altri organismi rappresentativi della carta stampata e si fece aiutare da intellettuali prestigiosi.

La politica delle alleanze registra importanti risultati con l’adesione all’USPI dell’Associazione Nazionale Agenzie di Stampa, dell’Associazione della Stampa Giovanile, dell’ASMI (Associazione Stampa Medica Italiana) che nomina un suo rappresentante nel Consiglio dell’Unione; rapporti di collaborazione organica vengono costituiti con il settore della Stampa Turistica, con l’UISPER per il comparto dei periodici per ragazzi e con la FISC (Federazione Italiana Settimanali Cattolici) che organizzava 135 settimanali diocesani e con la quale ancora oggi c’é piena consonanza strategica. Tessitore storico di questa rilevante convergenza fu Mons. Giuseppe Cacciami, capo storico dell’editoria cattolica d’informazione, che condivise le battaglie di Zuccalà con interventi sempre leali e talvolta determinanti. Alcune vittorie a tutela dei settori più negletti sono a firma congiunta.

Sereni, ma saltuari furono i rapporti con la FIEG e con l’AIE. Muovendosi su campi diversi la Federazione della grande editoria e l’USPI raramente si pestarono i piedi. Problemi sorsero le rare volte in cui gli interessi dei quotidiani entrarono in rotta di collisione con quelli dei periodici. L’USPI, ad esempio, fece una lunga resistenza alla tariffazione postale legata alla periodicità anziché al peso, con la conseguenza che un mensile di 50 grammi pagava molto di più di un quotidiano di 100 grammi. In una riunione estiva alle Poste, quando Zuccalà tornò sull’argomento, il Direttore Generale Veschi, guardando le finestre roventi osservò che “L’USPI voleva fermare il corso del sole”. Negli anni ’90 il sole fu fermato anche se, ancora oggi, la FIPE rimpiange l’antico privilegio dei quotidiani in quanto esteso ai settimanali.

L’USPI condivise sempre le principali vertenze dell’Associazione editori per la diffusione del libro, denunciando l’insufficiente attenzione del Palazzo per lo sviluppo dell’editoria libraria.

Nella seconda metà degli anni ’70 l’USPI trovò nel Presidente dell’Ordine dei Giornalisti Saverio Barbati un alleato convinto e prezioso che concorse a dare visibilità alla categoria e a legittimare l’USPI.

Negli anni ’80 i successivi rapporti con l’Ordine divennero polemici tanto che spesso Zuccalà invocò una radicale riforma dell’organismo o la sua abolizione.

Uno dei temi del contendere fu l’accesso alla professione che finalmente, a quarant’anni dalla legge 69/’63 istitutiva dell’Ordine, approdò ad una soluzione legislativa che oggi consente ai giovani di presentarsi all’esame di Stato dopo una laurea breve di 3 anni e un biennio di formazione specialistica. Bisognerà vedere il livello di qualità delle facoltà se, come è vero, alcune lauree di oggi, rilasciate da ben individuate Università, equivalgono a mala pena ad onesti diplomi di mezzo secolo fa.

Spesso proficui furono i suggerimenti e i pareri offerti dall’Ordine della Lombardia all’USPI, attraverso il suo Presidente, Franco Abruzzo, che dimostrò conoscenza e considerazione per l’editoria periodica medio-piccola.

Cordiali furono, infine, i collegamenti con gli Organismi della distribuzione nazionale e con i Sindacati degli edicolanti mentre con la distribuzione locale perdurò a lungo un atteggiamento di reciproco agnosticismo, oggi superato dall’emergere del concetto organico di filiera della distribuzione articolato nei tre segmenti dell’editoria, della distribuzione e della rete.

Abbiamo accennato agli intellettuali che si schierarono a favore dei piccoli editori, su grandi temi o in guerricciole di bandiera perse in partenza. Dovremmo fare moltissimi nomi, ma citarne qualcuno più risonante e suggestivo sarebbe far torto agli altri. Diciamo solo che la piccola miniera dell’area USPI fu ricca ed è ancora ricca di pepite d’oro; e si deve anche a quegli intellettuali se oggi i piccoli editori di periodici dispongono di un organismo rappresentativo ascoltato e rispettato.

Registriamo, infine, una vecchia e consolidata sintonia con l’UCSI (Unione Cattolica Stampa Italiana).

 

  1. L’editoria medio-minore comincia a farsi sentire

 

Possiamo ora riprendere il percorso dei Congressi che costituirono utili occasioni per sensibilizzare le autorità di Governo e le forze politiche ai problemi e alle proposte della categoria.

Le cronache congressuali degli anni ’70 non registrano più solo le richieste di appoggio alle riviste culturali, ma spaziano sui sostegni ai periodici d’informazione e sulle agevolazioni fiscali e postali (VI Congresso di Fiuggi, 14-17 settembre 1972).

 

Succedendo a Terranova, il 19 dicembre 1972, nella responsabilità di Segretario Generale, Giandomenico Zuccalà pone al centro della strategia sindacale la legislazione editoriale incalzando il Palazzo con argomenti propositivi, ma anche fortemente contestativi che denunciano le scelte sbagliate e le indecisioni di cui è vittima l’editoria minore.

 

Una seconda vertenza centrale di quegli anni fu quella di una disciplina fiscale mirata ai periodici.

 

Il passaggio dall’IGE all’IVA e l’applicazione del D.M. 28.12.’72 fu oggetto di febbrili consulenze ai Soci e di proteste a difesa delle pubblicazioni totalmente o parzialmente esentate dall’imposta.

 

Arriviamo così alla L. 6.6.’75 n. 172 che segnò una data storica poiché aprì finalmente alcuni benefici all’editoria minore. Furono piccole prospettive se paragonate alle agevolazioni dei quotidiani, ma rappresentarono l’inizio della sognata visibilità e le prime vittorie sindacali dell’USPI.

 

Questi i benefici della 172:

 

–     i periodici stampati in macchina piana conseguirono, per la prima volta, il diritto ad ottenere dall’Ente Nazionale Cellulosa e Carta l’assegnazione della carta per il proprio fabbisogno; l’integrazione sul prezzo della carta di L. 50 al kg, e per un massimo di 150 pagine per i periodici stampati in rotocalco; l’integrazione unitaria al kg sul prezzo della carta nei limiti di un miliardo per i periodici comunque stampati che avessero avuto il riconoscimento del carattere politico, sindacale, culturale, religioso o sportivo dal Comitato Interministeriale per IVA;

–     elevazione a un miliardo l’anno del fondo a disposizione della Commissione per i contributi alle riviste di elevato valore culturale;

–     contributi per i giornali italiani all’estero;

–     riduzione dell’IVA dal 6 al 3% a favore dei periodici “politici, sindacali, culturali, religiosi e sportivi” tanto a valle che a monte;

–     mutui agevolati a favore di aziende editrici e stampatrici, anche di periodici.

 

Nella concreta applicazione della legge si ottennero vittorie e sconfitte e l’impianto denunciò la mancanza di una visione unitaria dei problemi della stampa.

 

In materia di IVA la tesi dell’USPI era per un’esenzione totale dei periodici dall’imposta senza ricorrere al farisaico sistema della resa forfettaria che venne concepito in quegli anni, facendo pagare l’aliquota del 6% sul 60% della tiratura, considerando, appunto, come resa (fittiziamente) forfettaria il restante 40%.

 

A metà degli anni ’70 la stampa periodica conosce l’inizio di una preoccupante epidemia. Il fenomeno è fissato dal tema del VII Congresso (Taranto, 16-19 aprile 1975): “Una lotta per la sopravvivenza della stampa periodica”. La piccola editoria non ce la fa e se, com’é vero, essa è componente essenziale del pluralismo informativo e culturale, è tempo di pensare ad una buona legge per l’editoria oltre che a piccoli interventi di pronto soccorso. A Taranto l’USPI chiede al potere politico l’azzeramento dell’aliquota IVA, la restituzione del tributo versato all’ENCC dai periodici stampati in fogli, migliori disposizioni postali tariffarie e normative, quote di pubblicità degli Enti Pubblici.

 

Si trattano naturalmente anche temi di carattere tecnico-editoriale come il problema carta in Europa, l’attuazione del dettato costituzionale in materia di stampa periodica, i rapporti tra regioni ed editoria locale. Giancarla Mursia illustra l’indagine parlamentare sull’editoria.

 

La crisi continua a mordere e l’VIII Congresso (Varese, 13-15 ottobre 1977) rivela che nell’ultimo triennio hanno chiuso i battenti 2.000 testate e denuncia le incongruenze della legge 172, fornendo esempi clamorosi come il raffronto tra i contributi concessi a “TV Sorrisi e Canzoni” (655,2 milioni di lire) e quelli accordati a “Civiltà Cattolica” (3,6 milioni di lire).

 

A Varese Cesare Golfari, Presidente della Giunta Regionale della Lombardia, parlò della stampa periodica nella realtà regionale, Susanna Agnelli dei periodici femminili, Sandro Fontana dei periodici d’informazione e Giovanni Spadolini tracciò un sommario storico avvincente del giornalismo periodico ed espresse questo giudizio sull’intervento pubblico: “Nel campo dei periodici, in particolare in tutta l’area dei periodici di cultura, d’informazione, religiosi, educativi, dobbiamo dire che lo Stato non ha fatto quasi niente…e le lagnanze sono pienamente legittime, specie nello stimolare lo Stato a una politica, che è la sola che lo Stato possa fare, di sgravio delle tariffe”.

 

La vigilia dell’approvazione della legge per l’editoria trova il IX Congresso (Salsomaggiore Terme, 11-13 giugno 1981) intento a valutare “L’azione dell’USPI per il nuovo assetto legislativo dell’editoria e la tutela della stampa periodica”. Questo infatti è il tema della relazione sindacale tenuta dal Segretario Generale, Zuccalà. La posta in gioco è grande. “Di fronte ad una normativa che costituisce il primo serio tentativo di dare una disciplina organica all’intero settore dell’editoria – nota il Segretario Generale – la stampa periodica deve lottare per acquistare la sua dimensione autonoma, la sua dignità non subordinata e soprattutto la sua par condicio nei riguardi dell’altra stampa fino ad oggi sempre prediletta e favorita”. Zuccalà aveva fiutato il pericolo incombente della vecchia attrazione fatale del Parlamento per i quotidiani. Su questo punto mette conto di soffermarsi.

 

  1. La legge 416: un salvagente per i quotidiani

 

Proviamo a raccontare con poche parole quella legge 416 del 5 agosto 1981 spogliandola da tutti i suoi orpelli secondari e guardandola dal punto di vista degli editori medio-piccoli, che è poi il punto di vista, partigiano quanto si voglia, ma originale, di questo lavoro. Una specie di storia raccontata da chi perse la guerra o che almeno da quella guerra non trasse grandi vantaggi.

 

A metà degli anni ’70 i quotidiani vivono una crescente crisi finanziaria, ma dispongono di un buon argomento per battere cassa. Il prezzo amministrato di 150 lire è fermo dal 1974 e non può essere ritoccato poiché è compreso nel paniere sul quale si calcola l’indice di inflazione.

 

La sostituzione delle vecchie linotype con le macchine compositrici computerizzate e la teletrasmissione che annulla le distanze dal centro in cui si stampa il giornale e le aree di vendita insieme con una leggina che elargisce ai quotidiani 45 miliardi di lire in due anni non risolve il problema di fondo. Sulla spinta di una situazione tornata molto critica si riprende il progetto di un’ampia riforma, sollecitata dai quotidiani e pensata esclusivamente dai giornali. Ma i quotidiani, si sa, sono in mano alle grandi concentrazioni (come il gruppo Rizzoli che punta ad un colpo di spugna sui debiti pregressi) e queste premono sul Parlamento per avere una legge su misura, barattando aiuti economici sostanziosi con una normativa antitrust che controlli la trasparenza delle proprietà.

 

Mentre riprende vigore lo sport di salvare ad ogni costo i quotidiani agonizzanti, il Comitato della Camera, presieduto da Oscar Mammì, di periodici non vuol nemmeno sentire parlare: gli aiuti vanno concentrati sui quotidiani.

 

Al Servizio editoria della Presidenza del Consiglio un dirigente, Enrico Longo e un matematico Giorgio Schirillo dirigente dell’ENCC facendo un po’ di conti, scoprono che l’imbarco dei periodici sulla legge per l’editoria non comporta costi esorbitanti. Avutane notizia, Zuccalà, con un colpo geniale, mobilita i peones del Parlamento che editano o dirigono piccole testate, non solo politiche. Il gioco è fatto: per la prima volta l’editoria minore è ammessa alle sovvenzioni statali.

 

La 416 è dotata di una cornice accattivante: la normativa che assicura la trasparenza delle proprietà, dei finanziamenti e dei trasferimenti delle aziende e dei giornali “comprati e venduti” come dirà Gianpaolo Pansa in un suo libro fortunato.

 

Un limite nazionale alle concentrazioni dei quotidiani è fissato al 20% della tiratura globale dei giornali.

 

Gli interventi pubblici comprendono:

 

–     mutui agevolati per i piani di riconversione tecnologica;

–     contributi a fondo perduto sulle tirature per i quotidiani e sui consumi di carta per i periodici;

–     il dimezzamento delle tariffe postali e telefoniche (per le pubblicazioni che escono almeno con nove numeri l’anno);

–     l’estensione della cassa integrazione ai giornalisti e del prepensionamento per i poligrafici;

–     la liberalizzazione, alla fine del quinquennio, del prezzo dei quotidiani;

–     un fondo per i premi alle riviste di elevato valore culturale;

–     l’istituzione del Garante per l’editoria che assicuri la corretta applicazione della legge, informandone il Parlamento con relazioni semestrali;

–     l’ampliamento dei punti vendita che moderi il prevalere degli interessi corporativi degli edicolanti[2].

 

La gestione della 416 vive un rodaggio lungo e difficile accumula ritardi incredibili. Il Garante per l’editoria, Sinopoli, nella sua relazione al Parlamento per il secondo semestre 1982 segnala “con dispiacere non disgiunto da seria preoccupazione” che il “difficile momento interlocutorio” si è protratto, e che “specialmente sul piano della operatività esterna, la Legge ha avuto soltanto un inizio di attuazione”. Indica anche la profonda “irritazione” dei destinatari di benefici non ancora giunti e segnala le difficoltà anche giuridiche e le carenze tecniche da correggere, in particolare per le riviste di elevato valore culturale, nonché il congelamento dell’articolo riguardante la pubblicità delle Pubbliche Amministrazioni per mancanza delle direttive di massima che il Governo avrebbe dovuto emanare.

 

La terza relazione fa il punto fino al 31 maggio 1983, concludendo che “molto resta ancora da fare, sia sul piano della gestione politico-amministrativa della riforma sia su quello delle integrazioni e delle correzioni da apportare al tessuto normativo”.

 

I ritardi si accumulano e violente proteste appaiono sui maggiori giornali, e, naturalmente,  sul Notiziario USPI. La FIEG e l’USPI chiedono la riapertura dei termini per le domande di contributo. Governo e Parlamento sono sollecitati a snellire le procedure che ritardano l’attuazione delle provvidenze con conseguenze drammatiche per un’editoria indebitata. Una “leggina” che proroga i termini e prevede anticipazioni dei contributi appare nella Gazzetta Ufficiale del 29 dicembre 1982. In quella del 25 febbraio 1983 viene pubblicato il DPR n. 48 sui contributi per la stampa italiana all’estero, e il 3 maggio ancora una “leggina” di aggiustamento (n. 137). Intanto si definisce finalmente la riduzione delle tariffe postali, con altre leggi e circolari.

 

Ormai il groviglio legislativo è tale che la Gazzetta Ufficiale si sente in obbligo di pubblicare un “supplemento ordinario” contenente un “testo aggiornato” della legge 416 (riprodotto sul Notiziario USPI di maggio 1985).

 

Veniamo, ora, agli effetti pratici di quel “maledetto imbroglio” che per una parte della stampa non furono davvero irrilevanti.

 

Alla fine del quinquennio i quotidiani ottennero finanziamenti a fondo perduto per 471 miliardi di lire, i periodici grandi e piccoli per 114 miliardi. Il contributo in conto interessi, erogato ai quotidiani con il credito agevolato, assommò a 107 miliardi di lire, mentre quello concesso ai periodici fu di 50 miliardi.

 

Questa pioggia di finanziamenti promosse l’innovazione, ma la rivoluzione tecnologica fu pagata dai Poligrafici con una contrazione dei posti del 19%, attutita dai prepensionamenti e dalla cassa integrazione guadagni.

 

In definitiva i quotidiani vennero salvati, i periodici delle concentrazioni editoriali furono foraggiati e l’area USPI fu – con poca spesa – beneficiata e al tempo stesso usata come paravento per legittimare una spesa complessiva di circa 1000 miliardi nel quinquennio[3].

 

La FIEG cantò vittoria esprimendo soddisfazione non solo per gli esiti finanziari della 416 che sanò i bilanci della grande maggioranza dei quotidiani, ma anche per la rivoluzione fortemente voluta dal Presidente Giovannini che snellì la produzione riducendone i costi.

 

Critico fu invece il giudizio del Segretario Generale dell’USPI che al X Congresso (Prato, 10-12 novembre 1983) intitolò la sua relazione “La legge per l’editoria: un’occasione mancata “e ne denunciò queste pecche: adempimenti burocratici esasperanti, incapacità dell’apparato statale di smaltire le pratiche in tempi ragionevoli, esaurimento dei fondi stanziati per le ristrutturazioni, irrisolto problema della pubblicità delle Pubbliche Amministrazioni.

 

Anche il compassato Garante per l’editoria, Sinopoli,  gli fece eco illustrando le difficoltà di attuazione della legge e dell’assegnazione dei primi 1000 contributi su 2000 pratiche avviate.

 

Una risposta concreta a questi problemi applicativi viene apprestata nella 7a edizione della “Guida” 1983 che destinerà un esauriente prontuario alla 416 e a tutte le leggine, le norme di interpretazione e applicazione e le circolari che l’hanno seguita. Ai nostri giorni la “Guida”, giunta alla sua 12a edizione 2001-2002, offre ai soci un “testo unico” pubblicando solo le poche norme della legge 416 sopravvissute e le più numerose modificazioni intervenute.

 

Il “maledetto imbroglio” della 416 colpisce ancora i piccoli editori e chiede nuove decrittazioni a venti anni dell’emanazione del provvedimento. Senonché l’avvento  impetuoso delle nuove tecnologie diversifica l’impegno associativo dell’USPI che, a partire dall’XI Congresso (Fiuggi Terme 14-18 aprile 1985), promuove l’impiego dei pc nella produzione editoriale, vedendovi un’occasione di modernizzazione e una fonte di economia per le piccole imprese. A Fiuggi l’editoria medio-minore delinea, come propone il tema del congresso, “Le nuove frontiere della stampa periodica”. Questo mutamento strategico è anche frutto delle delusioni dei piccoli editori sull’intervento statale “a pioggia”, fondato sul meccanismo delle tirature, che funziona erogando molti soldi alle testate di alta tiratura – anche se le imprese non ne hanno bisogno – e pochi soldi alle testate di piccola tiratura edite dalle imprese che ne hanno più bisogno. Sta di fatto che all’epoca del Congresso, mentre i quotidiani stavano superando la crisi, i periodici ne erano ancora dentro.

 

  1. Quel che resta degli aiuti statali all’editoria debole

 

L’articolato sistema di aiuti diretti e indiretti introdotto dalla 416 prevedeva una scadenza al termine del quinquennio 1981-1986.

 

A metà degli anni ’80 partono quindi le manovre per prorogare i benefici “a pioggia” e riparte il picchettaggio dell’USPI, in tutte le sedi istituzionali, per sventare il pericolo che la nuova legge, anziché migliorare la 416, ne stravolga le linee positive limitandosi a perpetuare i benefici economici ai quotidiani e alle agenzie di stampa. Alle spinte lobbistiche delle grandi concentrazioni si aggiungono le pressioni delle forze politiche per prevedere cospicui finanziamenti alla stampa e alle radio di partito, coperti dalla foglia di fico degli aiuti ai periodici editi da cooperative e fondazioni.

 

La legge n. 67 del 25 febbraio 1987 non evita queste insidie, ma accoglie anche alcuni contributi dell’USPI che procureranno soddisfacenti vantaggi anche all’editoria minore. Ricordiamoli rapidamente a memoria di un’intensa stagione sindacale:

 

– azzeramento dell’IVA;

– abolizione del tributo all’ENCC sul consumo della carta;

– contributi carta ai plurisettimanali, settimanali e quindicinali aventi le caratteristiche informative ed editoriali dei quotidiani per il quinquennio 1986-1990;

– proroga dei contributi alle riviste di elevato valore culturale a partire dal 1986 e senza scadenza, con un fondo annuo di 4 miliardi;

– mutui e finanziamenti agevolati.

 

Questi innegabili vantaggi pratici consentono al Presidente dell’USPI Ciampi di annunciare all’Assemblea dell’aprile 1987 un quadro sereno: “Oggi il panorama della stampa italiana, considerata nel complesso, non è più dominato dalle cupe ombre della crisi incombente tra gli anni Settanta e la prima metà degli anni Ottanta. Lo sforzo di risanamento è approdato a risultati confortanti, i livelli di diffusione e di lettura sono considerevolmente aumentati con un ritmo di crescita senza precedenti, grazie anche alle innovazioni tecnologiche. La domanda di informazione e di cultura è accresciuta e si va sempre più incanalando verso la specializzazione”.

 

 

Il lavoro dell’USPI a tutela dell’editoria medio-minore consiste essenzialmente in una costante faticosa mediazione tra gli interessi della grande stampa, comprensibilmente agguerriti, e le esigenze delle disarmate testate minori. Il pluralismo è un grande mare in cui devono navigare transatlantici e barchette. L’importante è che le barchette non affondino poiché la posta in gioco va al di là delle loro dimensioni.

 

Il XII Congresso (Rimini, 29-31 ottobre 1987) apprezza le dotte relazioni di base di Giuseppe De Rita, Segretario generale del CENSIS (“Ruolo caratteri e funzioni dell’informazione locale”), di Enrico Mascilli Migliorini, Ordinario di sociologia all’Università di Urbino (“I circuiti informativi e la politica del territorio”) e di Giovanni Bechelloni, Ordinario di sociologia dei processi culturali all’Università di Firenze (“Rivalsa della soggettività”).

 

Il Consigliere nazionale Giancarlo Cinoglossi presenta i risultati di un’indagine tra i soci USPI sui disservizi postali, destinata ad alimentare una vertenza con le Poste che ai primi anni ’90 viaggerà anche sul TAR.

 

Da menzionare una doppia manifestazione culturale promossa a Saluzzo dall’indimenticabile Luigi Reale, Fiduciario USPI per il Piemonte, nel 250° anniversario della nascita di Giambattista Bodoni: la Mostra nazionale del periodico artistico – culturale (6-22 aprile 1990) e il concomitante Convegno su “Il periodico artistico – culturale nella tradizione italiana”. Due eventi che confermano come l’impegno di mediazione parlamentare della Segreteria e dei vertici USPI non abbia fatto perdere per strada la vocazione culturale delle origini.

 

  1. Fine dei contributi a pioggia e pioggia di contributi per i giornali di partito.

 

Agosto è spesso un mese di sorprese legislative e tutto cominciò con la L. 7 agosto 1990, n. 250.

 

Questo il percorso un po’ tortuoso che conduce alla situazione attuale. Gli aiuti previsti dalla 416 per il quinquennio 1981-1986 e prorogati dalla 67 per il biennio 1987-1988, con la 250 vennero ridotti a determinate imprese di “particolare valore”: le cooperative giornalistiche e le aziende che, con esplicita menzione nel proprio statuto, rinunciassero alla distribuzione di utili, i giornali organi di forze politiche e i periodici editi da fondazioni ed enti morali.

 

L’USPI fu sempre contraria alla collocazione del finanziamento alla stampa di partito nell’ambito della legislazione editoriale, ritenendo che la comunicazione politica, pur facendo parte legittima del processo democratico, dovesse più propriamente rientrare nel capitolo del finanziamento pubblico dei partiti.

 

Gli aiuti della 250 che dovevano avere durata limitata vennero prorogati, con modifiche alle norme originarie, fino ai nostri giorni.

 

Nel 1999 lo Stato erogò 74 miliardi e mezzo di vecchie lire ai periodici politici che sfornarono 142 milioni di copie di dubbia distribuzione[4]. Infatti il contributo variabile (che si aggiungeva al contributo fisso commisurato ai costi) era calcolato non già sulle copie vendute, ma sulle copie stampate.

 

Nello stesso anno in testa alla classifica dei finanziamenti figurò “L’Unità” seguita dalla “Padania” e da “Liberazione”: il “successo” della 250 è trasversale.

L’attuale sistema di aiuti diretti ha conservato – su forti sollecitazioni dell’USPI – i contributi alla stampa italiana all’estero, all’editoria speciale periodica per i non vedenti e alle attività editoriali svolte dalle Associazioni dei consumatori e degli utenti[5].

 

Degli aiuti indiretti, perso per strada il dimezzamento delle tariffe postali saggiamente introdotto dalla 416, è rimasto il dimezzamento delle tariffe telefoniche (ai periodici che escono con almeno nove numeri l’anno) che ogni tanto richiede interventi di pronto soccorso da parte dell’USPI.

 

L’Unione infatti non abbassa le armi e, sotto la guida del battagliero Presidente Dario Di Gravio, già legale dell’USPI e vincitore di epici ricorsi al TAR contro le Poste, succedendo al benemerito Presidente Ciampi dal 1992, tallona il Garante proponendo:

 

–     una nuova legge per l’editoria che sostituisca i contributi diretti con servizi generalizzati e tariffe postali agevolate a carattere permanente;

–     un aumento programmato dei punti vendita che consenta una migliore parità espositiva a favore dei periodici minori;

–     il contenimento del fenomeno emergente delle concentrazioni pubblicitarie;

–     una legge quadro che armonizzi le insufficienti ed eterogenee leggi regionali che avrebbero dovuto sostenere l’editoria locale;

–     l’azzeramento dell’IVA sui consumi editoriali.

 

Da queste battaglie è proprio il fronte fiscale a dare risposte concrete ed appaganti: la resa forfettaria nel 1992 è portata al 70%, per il ’94 al 60% e per il ’96 al 50%.

 

Alla fine del 1992, l’energico intervento dell’USPI, attraverso amici parlamentari, sventa un tentativo di “scippo” nei confronti delle riviste di elevato valore culturale: chiamato a limare sulle spese, per le esigenze della legge finanziaria, il Servizio Informazioni della Presidenza del Consiglio cancella di soppiatto il fondo di 4 miliardi, già insufficienti e già svalutati, destinato ai contributi per le riviste stesse, e solo in sede di emendamenti si riesce a correggere la manovra.

 

Malgrado ciò la coperta rimane troppo corta, specie se confrontata con il raddoppio dei contributi ai giornali e alle radio di partito deciso con la legge n. 278/1991.

 

Con la legge 31 luglio 1997 n. 249 esce di scena il Garante per l’editoria, che pure era stato un interlocutore sistematico dell’area USPI, e le sue competenze vengono assorbite dall’Autorità per le comunicazioni che vigila sui massimi sistemi delle telecomunicazioni e delle reti radiotelevisive, a petto dei quali i problemi dell’editoria minore assumono minuscolo rilievo.

 

Il Registro Nazionale della Stampa, porta d’accesso alle provvidenze per l’editoria, viene sostituito dal Registro dei comunicatori e gli adempimenti annuali degli editori più piccoli assumono una denominazione kafkiana: l’informativa di sistema. Il corpus delle disposizioni e della modulistica attivato con deliberazione dell’Autority del 19 aprile 2000, nell’ultima edizione 2001-02 della “Guida” dell’USPI sviluppa 265 pagine. Cosa è successo? Quando si tratta di dettare nuovi adempimenti burocratici i piccoli editori di periodici fanno parte integrante del maestoso sistema dei media e così l’Unione deve correre ai ripari istituendo un servizio ai soci di consulenza quotidiana, riservato ai rapporti con l’Autorità.

 

Nei primi anni i rapporti dell’USPI con l’Autorità per le comunicazioni che, oltre tutto, ha trasferito gli ereditati uffici del Garante da Roma a Napoli, non sono proprio idilliaci anche a causa di un black out nelle iscrizioni e nelle certificazioni; ma successivamente tali rapporti si sono normalizzati.

 

  1. Un’occasione mancata: l’ordinamento regionale

 

Dobbiamo ora fare un passo indietro per dedicare un’attenzione particolare al dialogo promosso dall’USPI con una nuova ala del Palazzo: le Regioni a Statuto ordinario nate nel 1970.

 

Un’ampia visuale sui problemi che cominciavano ad affacciarsi fu aperta dal VII Congresso di Fiuggi (14-17 settembre 1972) con una relazione di Dario Di Gravio su “Stampa periodica e Regioni”. Con la tesi, condivisa da tutto il Congresso, che la stampa periodica locale fosse in grado di offrire un grande contributo alle Regioni, dallo sviluppo delle autonomie a quello della valorizzazione produttiva in tutti i settori, il relatore esaminò la situazione nelle diverse realtà regionali, segnalando in quanti casi concreti o in quante impostazioni legislative fosse inspiegabilmente ignorata o trascurata proprio la stampa locale “vivaio culturale delle regioni“. Si riaffermava quindi la necessità di un’adeguata politica d’incentivazione del settore anche da parte regionale.

 

Allo stesso tema l’Unione dedica il Convegno Nazionale del 20° anno di fondazione tenuto all’Aquila (28-30 settembre 1973) con l’intervento del Ministro dell’Interno Taviani e con una relazione di base dell’on. Flaminio Piccoli. L’oratore affermò che la stampa locale avrebbe potuto mobilitare apporti di ambienti che, fino ad allora, solo occasionalmente erano in grado di esprimere le loro opzioni in seno alle società locali ed aveva il compito di creare, sulla base di una tradizione autentica, una coscienza comunitaria regionale superando e componendo motivi di campanile.

 

A partire dal 1974 il membro di Giunta e Fiduciario USPI per la Sicilia, Carmelo Garofalo, riunendo a Palermo editori e direttori dei periodici siciliani, disegna i lineamenti di una legge regionale sperimentale anche per le altre Regioni meridionali, con l’inedita soluzione che – alla luce delle delusioni della legislazione nazionale sui contributi diretti – la stampa periodica chieda alle Regioni servizi e non sussidi.

 

Analoghe iniziative propositive si ripetono a Reggio Calabria (1974), in Liguria (1975), nelle Marche (1978) a Bari e Rossano Calabro (1980) ed ancora nel Veneto e in Umbria.

 

Il tema dell’intervento regionale per l’editoria minore si interseca con i problemi dell’editoria meridionale e trova momenti di riflessione e proposizione nel Convegno regionale dell’USPI di Comigliatello Silano (1979) e, nel quadro della “Settimana del Libro” tenuta a Bari (1980).

 

Quali risultati produssero queste fervide iniziative?

 

La risposta venne dal 2° Convegno nazionale “Stampa periodica e regioni” tenuto ad Arcevia (AN) dal 21 al 23 maggio 1982, dove il prof. Roberto Zaccaria, dell’Università di Firenze, delineò questo bilancio del primo decennio di legislazione regionale: “Alcune Regioni hanno legiferato in materia d’informazione, altre non lo hanno fatto perché hanno escluso questo compito dalla loro competenza istituzionale, altre ancora hanno tentato di svolgere un’attività informativa che trattasse di tutto…”.

 

In tali disparità riscontrava dei rischi ed auspicava una legge quadro nazionale che consentisse alle regioni di intervenire a sostegno delle attività editoriali.

 

I differenti approcci regionali, le somme erogate, i criteri diversi furono poi documentati nell’intervento di Mariano Guzzini, Assessore alla Cultura e Informazione della Provincia di Ancona che rilevò “la forbice tra cultura e stampa periodica”, e chiese interventi a favore dei periodici locali.

 

Da Arcevia, nella mozione finale si indicò tra l’altro:

 

“1   – ampliamento delle competenze regionali nel settore dell’informazione con particolare riguardo alla stampa periodica e all’iniziativa privata;

2    – interventi selettivi di sostegno alla stampa periodica regionale d’informazione politica e culturale;

3    – sviluppo e diffusione dell’informazione tra i giovani mediante iniziative di promozione a livello sociale e culturale;

4    – istituzione di “centri stampa” nell’ambito delle competenze regionali per l’istruzione professionale nel settore grafico e giornalistico, con strutture tecniche e didattiche idonee ad assolvere anche servizi richiesti da iniziative private di stampa periodica;

5    – reti regionali di punti di vendita riservati alla stampa periodica locale”.[6]

 

Il rapporto con le Regioni continuò ad essere oggetto di attenzione profonda anche negli anni seguenti.

 

Nel dicembre 1984 il Presidente Redaelli intervenne in Calabria a un “Convegno sulla comunicazione: la stampa periodica delle Casse di Risparmio e delle Banche del Monte”. Il nuovo Presidente Vittorio Ciampi moderò alla Fiera del Levante di Bari, nel 1987, un “Incontro della stampa periodica di Puglia e Basilicata sui problemi dell’informazione locale”.

 

Si giunge così al 3° Convegno “Stampa periodica e Regioni”, tenuto a Sirolo (AN) dal 9 all’11 giugno 1988; ma il clima era più disincantato e l’intervento regionale fu visto con minore ottimismo a causa degli ostacoli incontrati dalle leggi regionali, ritenute da alcuni Commissari di governo incompatibili con la competenza del Parlamento nella delicata materia della stampa.

 

Nella relazione di base “Stampa periodica e Regioni”, il prof. Aldo Lojodice dell’Università di Bari si richiama alla sentenza della Corte Costituzionale del 1977 e alla giurisprudenza successiva, escludenti la competenza delle Regioni in materia di stampa, fatta eccezione per la programmazione dei punti di vendita, le inserzioni di pubblicità e i giornali nella scuola: limiti che vanno rimeditati perché superati.

 

Il prof. Giovanni Bechelloni dell’Università di Firenze parla sul “Ruolo delle Regioni nella conservazione dei periodici  costituenti beni culturali” sostenendo la tesi che le due grandi categorie di periodici, quelli a larga tiratura e quelli a ridotta diffusione, sono espressione visibile di due processi: quello di concentrazione e quello di diversificazione; entrambe le categorie hanno una loro ragion d’essere e un futuro di sviluppo in quanto sono la “materializzazione simbolica” di rapporti sociali. Per la difesa di questa memoria storica, il relatore propugna la necessità di un sistema emerografico nazionale articolato, oltre che in emeroteche nazionali e regionali, anche in emeroteche di settore per la stampa aziendale, i periodici politici sindacali, le riviste giovanili ecc.

 

E’ necessario – secondo il Garante per l’editoria Santaniello – “arginare la tendenza a separare il “pianeta editoria” in due emisferi, quello del mercato forte e quello del mercato debole, perciò occorre incoraggiare l’impresa media e piccola: l’intervento delle istituzioni pubbliche deve essere razionalizzato e alle Regioni va assegnato un ruolo, non marginale (anche per la pianificazione delle radiofrequenze); l’intero sistema delle comunicazioni andrebbe articolato su due poli: uno attinente al livello nazionale e generale, l’altro a quello regionale locale e specializzato.”

 

Anche per Roberto Salvio, Capo ufficio stampa della Giunta Regionale, artefice in Piemonte di una delle migliori leggi regionali per l’editoria, era deplorevole che il quadro legislativo consentisse poche possibilità all’intervento regionale come effetto di una neocentralismo statale.

 

Le indicazioni politiche e scientifiche offerte dall’USPI alle Regioni attraverso i suoi Convegni e la costruttiva collaborazione della Segreteria Generale e di alcuni Fiduciari regionali non sono rimaste completamente inascoltate.

 

Oggi tutte le Regioni dispongono di una legislazione editoriale: alcune leggi, preparate senza l’apporto dell’USPI, sono pressoché irrilevanti per l’editoria minore, altre come quella del Piemonte, del Lazio e della Sardegna, sono ben fatte, ma dotate di fondi insufficienti. Ed è un peccato che sia rimasta senza seguito la più originale proposta dell’USPI: quella di convenzionare ogni Regione con uno o più stabilimenti tipografici per creare un Centro servizi che fornisse a prezzi convenienti, riservati ai piccoli editori, carta, composizione, impaginazione, pellicole, allestimento e spedizione. L’idea non avrebbe richiesto finanziamenti superiori a quelli impiegati per gli aiuti diretti. Forse il legislatore regionale, non meno di quello nazionale, ha preferito gestire direttamente le sovvenzioni alla stampa.

 

  1. Pericolosi tentativi di riforma delle agevolazioni postali

 

Il XIII Congresso (Montesilvano, 24-26 gennaio 1991) affronta i temi internazionali della “Stampa periodica nella nuova Europa” con una relazione del Vice Presidente del Parlamento europeo, Roberto Formigoni e gli “Scenari legislativi e prospettive internazionali” con un’analisi del giurista Paolo Ungari, sempre vicino all’USPI nelle battaglie parlamentari per una più equa legislazione editoriale.

 

Zuccalà rivela che “la legislazione editoriale ha risollevato solo la grande editoria, ma oggi grandi e piccoli sono accomunati da provvedimenti che emarginano gli editori autentici, i veri periodici”. Gli fa eco Anna Maria Muolo, Dirigente Superiore del Servizio Editoria della Presidenza del Consiglio, ricordando i difetti della recente legislazione che si è discostata dai principi della 416 e la non rosea situazione delle pratiche. In definitiva l’editoria medio-piccola rappresentata al Congresso avverte fin dal 1991 la necessità di un’ennesima riforma della legge per l’editoria che vedrà la luce esattamente dieci anni dopo.

 

La scena del XIV Congresso (Montesilvano, 24-26 giugno 1993) fu rubata dalla proposta di legge finanziaria 1994 che aprì una lunga fase riformistica del sistema postale di agevolazioni tariffarie.

 

Carlo Lombardi, Presidente dell’ASIG (Associazione Italiana Stampatori Giornali), portando anche il saluto della FIEG, spiegò che “il villaggio globale è ormai una metropoli dove convivono mezzi diversi e l’informazione non è prerogativa dei soli quotidiani”.

 

Stefano Rolando, Capo del Dipartimento Informazione ed editoria della Presidenza del Consiglio sottolineò “la profonda trasformazione subita sia dal prodotto che dall’edicola, ormai divenuta un albero di Natale carico di prodotti irriconoscibili”.

 

Il Vice Segretario Generale dell’USPI Cinoglossi nella relazione sulla vertenza postale notò che le stesse analisi dell’Azienda Poste configuravano una produttività al di sotto della media europea: i dipendenti, infatti, lavoravano in media solo il 55% dei colleghi europei, con conseguenze non addebitabili alle tariffe, ma alla gestione.

 

Il Presidente dell’Ordine dei Giornalisti, Faustini, denunciò il tentativo di colpire la stampa attraverso i decreti finanziari, mentre Pieralberto Danioni, Direttore della SO.DI.P. rilevò che “un rivenditore di meloni in Italia ha a disposizione in media uno spazio doppio di quello di cui dispone il chiosco di un giornalaio”.

 

L’apertura della vertenza postale preoccupò la platea del Congresso e influenzò le dotte relazioni del prof. Mascilli Migliorini, che teorizzò la differenza tra comunicazione e informazione, del Presidente Di Gravio che vide nel superamento delle tariffe postali agevolate un attentato alla libertà di stampa, e del prof. Ungari che parlò di “malthusianesimo statale ai danni dell’editoria debole”.

 

Il documento finale oltre ad aprire, ovviamente, il confronto con l’Azienda Poste e con il Governo sulle tariffe e sui disservizi della distribuzione, chiese l’adeguamento della 250, un riequilibrio nella ripartizione della pubblicità tra stampa e televisione, secondo i parametri europei, e una più seria legislazione sulle concentrazioni editoriali e pubblicitarie.

 

Non meno drammatico fu il XV Congresso (Montesilvano, 3-5 ottobre 1996) preceduto di pochi giorni, anche questa volta, da uno schema di legge finanziaria 1997 che aboliva il rimborso agli editori di 200 lire per ogni copia spedita in abbonamento postale, sostituendolo con aiuti per 300 miliardi di lire.

 

Contro questa riforma presero posizione – oltre al Presidente Di Gravio e al Segretario Generale Zuccalà – l’on. Diego Novelli, segnalando che la crisi degli anni ’90 era superiore a quella del ’60, il Sen. Massimo Palombi del CCD che rilevò l’esiguità del fondo di 300 miliardi di lire, il prof. Zaccaria, che denunziò la scorrettezza di una finanziaria che intendeva modificare una legge di sistema e il prof. Ungari che ricordò anche l’irrisoria portata del fondo di 4 miliardi per le riviste di alta cultura. Un invito alla prudenza sulla manovra postale venne anche da Piero De Chiara, responsabile del settore editoria del PDS. Pur osservando che il bilancio delle Poste obbligava il Governo a scelte “pesanti ma giuste”, l’oratore ammise che il fondo di 300 miliardi destinato a sovvenzionare le tariffe poteva diventare una “porta stretta” con conseguenze drammatiche.

 

Anche il Capo dipartimento editoria della Presidenza del Consiglio, Mauro Masi riconobbe che la normativa del fondo di 300 miliardi per le sovvenzioni postali avrebbe richiesto attenta riflessione e annunciò l’istituzione di un “Tavolo per l’editoria” per il riassetto della legislazione editoriale.

 

Insomma anche in questo Congresso la vertenza postale tenne banco, ma non mancarono avvincenti relazioni come quella di Marcello Veneziani e del Presidente di ADN (Associazione distributori nazionali), Luigi Guastamacchia.

 

Veneziani, riflettendo sull'”informazione drogata”, osservò che per l’opinionista i giornali dovevano avere una doppia pagina: quella delle “non notizie” nate dal “sentito dire” e quella delle notizie ancorate alla realtà. La provocazione descrisse anche il criterio impazzito di una TV che mutua notizie e modi della carta stampata e dei giornali che subiscono gli effetti degli scoop televisivi, a scapito della vera informazione.

 

Guastamacchia rilevò che “in tutto il mondo trionfa la distribuzione a domicilio sicché la vera rivoluzione editoriale sarebbe l’efficienza del servizio postale”.

 

Il Presidente dell’Ordine dei giornalisti della Lombardia, Abruzzo condivise le tabelle retributive del Contratto USPI-CONFAPI firmato per la prima volta con i Sindacati confederali ed auspicò un “secondo contratto” con la FNSI che corrispondesse alle esigenze dell’editoria debole.

 

  1. La legge n. 62/2001 di riforma dell’editoria

 

Nel 1997, pochi mesi dopo il XV Congresso della Stampa Periodica, la Presidenza del Consiglio istituì gruppi di lavoro, composti da tecnici, per la preparazione di un documento di base da presentare al “Tavolo dell’editoria”, e chiese anche le “considerazioni” delle parti sociali.

 

Prontamente l’USPI propose una prima ampia ricognizione dei problemi della stampa periodica e un ventaglio di proposte innovative, alcune delle quali a costo zero[7].

 

Nel 1999 “I tempi sono maturi perché il Governo, le forze politiche e le categorie interessate avviino una riflessione approfondita sullo stato di crisi e di difficoltà in cui versa l’editoria tradizionale del nostro Paese. Tale crisi…ha cause molteplici. Tra le tante si possono indicare l’insufficiente differenziazione dei prodotti, le strozzature del sistema distributivo ed una domanda inadeguata agli standard di benessere di un Paese come il nostro…La causa prima e più profonda della crisi dell’editoria è da ricercarsi infatti nella scarsa propensione degli italiani alla lettura”. Queste parole introducono il rapporto commissionato dalla Presidenza del Consiglio ad un gruppo di tecnici e presentato alle parti sociali dal Sottosegretario Parisi all’apertura del “Tavolo per l’editoria”. La filosofia del documento, sintetizzata nello slogan “dai soggetti ai progetti”, può nascondere il pericolo di sostenere le grandi iniziative editoriali trascurando, tanto per cambiare, i soggetti minori che soldi per grandi progetti non ne hanno.

 

Per brevità omettiamo la cronaca di pluriennali trattative al “Tavolo per l’editoria” e di estenuanti, ma non del tutto sterili consultazioni parlamentari e le spinte della Federazione della Stampa preoccupata di alleviare la crisi occupazionale con norme sull’esodo, il prepensionamento e la cassa integrazione.

 

Nell’estate del 1999 l’USPI prepara e presenta un secondo documento, integrativo di quello già richiamato, al Sottosegretario Minniti che, nel frattempo con il passaggio dal Governo Prodi al Governo D’Alema, è subentrato a Parisi.

 

Queste le riforme a costo zero:

 

–     unificazione della doppia registrazione al Tribunale e al Registro dei comunicatori;

–     emanazione di un testo unico della legislazione editoriale che cancelli le numerose norme decadute e chiarisca gli ultimi nodi interpretativi delle leggi previgenti;

–     semplificazione dell’iscrizione dei piccoli editori al Registro dei comunicatori, mediante    autocertificazione dei dati depositati al registro stampa del Tribunale;

–     equiparazione del periodico on line a quello stampato su carta;

–     esclusione dal riconoscimento di prodotto editoriale ai video, cd, film e videodischi;

–     istituzione di una corsia semplificata per i mutui agevolati di non grande importo;

–     trasferimento dei contributi ai giornali e alle radio di partito dal capitolo dei finanziamenti all’editoria a quello del finanziamento ai partiti;

–     accesso delle piccole aziende al credito agevolato anche in mancanza di garanzie reali, in base all’approvazione di progetti remunerativi ed affidabili.

 

Oltre a queste innovazioni non onerose l’USPI chiese:

 

–     l’adeguamento del fondo per le riviste di alto valore culturale;

–     l’innovativa abolizione dei contributi diretti e la previsione dell’affidamento di servizi giornalistici a pagamento per una capillare informazione di nuove leggi di interesse sociale, civile e sanitario, con previsioni di spesa contenute negli stessi provvedimenti legislativi da divulgare.

 

Nel pieno di questo decisivo negoziato governativo e parlamentare finisce la lunga “monarchia” di Zuccalà che viene a mancare il 30 ottobre 1999. Una leadership giocata sull’utopia unitaria di un comparto obiettivamente eterogeneo, cresciuto a ritmo esponenziale dalla fine del 1972, quando Zuccalà subentrò al Segretario Generale Terranova.

 

Il Consiglio Nazionale, convocato d’urgenza, conferma – per acclamazione – Presidente dell’USPI Mario Negri (Editoriale Domus) e Segretario Generale Francesco Saverio Vetere, avvocato penalista, che aveva affiancato Zuccalà come Consulente legale dell’USPI, dal 1996, e come Vice Segretario Generale, dal 1997. Sul nuovo corso riferiremo più diffusamente nel quinto capitolo, ma qui vorremmo registrare che Vetere entrò subito nel pieno delle vertenze in atto tra cui valore centrale assunsero le tariffe postali agevolate (che – grazie ad un paziente negoziato – subirono tre proroghe, fino alla fine del 2002) e l’ormai imminente legge di riforma dell’ordinamento editoriale.

 

Il 1° febbraio 2001, infatti, la Commissione affari costituzionali della Camera approvò in sede deliberante il disegno di legge 4985 che, dopo la pubblicazione sulla G.U. n. 67 del 21 marzo 2001, diventò la legge 7 marzo 2001 n. 62.

 

Tale legge, oltre a segnare un concreto passo avanti verso la modernizzazione del sistema editoriale, recepì non tutte ma non poche proposte dell’USPI che mette conto di richiamare[8]:

 

–     nuova definizione del prodotto editoriale includente i periodici on line;

–     procedura automatica del credito agevolato per i finanziamenti non superiori ad un miliardo di lire;

–     contributi ai mutui stipulati per prodotti di elevato valore culturale e per prodotti diffusi all’estero;

–     destinazione del 5% del fondo per il credito agevolato alle imprese editrici con fatturato non superiore ai 5 miliardi di lire.

 

La legge di riforma dell’editoria ha molte righe dritte, qualche riga poco chiara e molte omissioni. Qualcuna di quelle righe dritte riproduce fedelmente le proposte di un piccolo gruppo di lavoro istituito dall’USPI. Cinquant’anni fa chi lo avrebbe mai previsto?

 

Subito dopo le elezioni politiche del 13 maggio 2001, prima ancora che si formasse il Governo Berlusconi, il numero di giugno del Notiziario USPI ricorda che “il nuovo Governo è chiamato a varare i regolamenti applicativi della legge e dovrà rispondere in pieno alle esigenze degli editori di una semplificazione massima delle incombenze burocratiche e di un chiarimento delle norme di più difficile interpretazione”. Nel contempo il Segretario Generale rinnova la rete dei rapporti con gli organi del nuovo Parlamento e del Governo senza trascurare – in ossequio all’aparticità dell’USPI – la prosecuzione del colloquio avviato con i deputati Giulietti e Vita del PDS, esperti dei problemi dell’editoria e vicini alle esigenze della stampa periodica.

 

La prima scaramuccia, presto risolta, ebbe ad oggetto il mantenimento delle competenze editoriali alla Presidenza del Consiglio e non già il loro trasferimento al Ministero delle Comunicazioni.

 

Determinante fu il successivo confronto di Vetere con il Ministro delle Comunicazioni, Gasparri e con il Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Bonaiuti per la terza proroga delle tariffe postali agevolate fino al 31 dicembre 2002.

 

A marzo 2002 è stato pubblicato il D.P.R. 16 gennaio 2002 n. 20 attuativo della legge di riforma dell’editoria riguardante il Fondo per la mobilità e la riqualificazione dei giornalisti, previsto dall’art. 15 della legge 62. A maggio è stata varata, sempre con Decreto, la nuova organizzazione del Dipartimento editoria della Presidenza del Consiglio affinché potesse meglio assolvere ai nuovi compiti previsti dalla 62.

 

Con D.P.R. 30 maggio 2002 n. 142, pubblicato a luglio 2002, sono state dettate le disposizioni di attuazione per la concessione dei crediti agevolati – di cui agli articoli 4 e 7 della legge 62 – il cui contributo statale è pari al 50% degli interessi.

 

Sulla stessa G.U. del 20 luglio 2002 è stato pubblicato il D.P.R. 6 giugno 2002 n. 143, sulle modalità di utilizzo del credito d’imposta – di cui all’art. 8 della legge 62 – rapportato al costo sostenuto dall’editore nella misura del 3%.

 

I Regolamenti affrontano gli aspetti delle procedure amministrative, ma moltissimi problemi interpretativi dovranno essere chiariti con circolari che potranno essere emanate dopo la presentazione delle domande e l’insorgere dei problemi determinati dai casi concreti.

 

Non diversamente di quanto fatto nella fase di applicazione della legge 416, l’USPI sta sostenendo il processo di acculturazione degli editori medio-piccoli che vogliono accedere al credito agevolato e alle altre provvidenze disciplinate dalla legge n. 62.

 

[1] I. BORZI “Una politica di richieste concrete tramutate in leggi” in USPI.25 anni…op.cit., p. 23.

[2] P. MURIALDI, “Storia del giornalismo italiano“, Gutenberg 2000, Torino 1986, pp. 237 – 240.

[3] P. MURIALDI – N. TRANFAGLIA “I quotidiani negli ultimi vent’anni. Crisi sviluppo e concentrazioni” in La stampa italiana nell’età della TV 1975-1994, Editori Laterza, Bari 2002, passim.

[4] Cfr. M. ARNESE, “Giornali di partito, miliardi per buttare le copie al macero” in “Il Giornale” del 10 giugno 2002.

[5] Una sintesi degli aiuti statali diretti e indiretti è contenuta nella 12a edizione 2001/02 della “Guida della stampa periodica italiana” curata dall’USPI.

[6] Gli atti del Convegno furono pubblicati sulla rivista “Partecipazione Marche” (n. 5-6-7 del 1983).

[7] Il documento fu pubblicato sul “Notiziario USPI” di novembre 1997.

[8] Una sintesi di queste proposte fu pubblicata sul “Notiziario  USPI” di settembre 1999.

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