Appunti di Storia della Stampa Periodica (5)

Capitolo Quinto

 

LA SVOLTA

 

 

  1. La rivoluzione telematica

 

Dopo l’espansione della cultura d’impresa e la diffusione delle tecnologie informatiche, a metà degli anni ’90, l’editoria periodica conobbe la Grande Ragnatela e visse la terza fase del suo processo di modernizzazione. Ridotta all’osso la rivoluzione telematica delle comunicazioni – e quindi anche delle comunicazioni giornalistiche – fu il risultato dell’incontro tra il computer e il telefono.

 

Gran parte delle microaziende dell’area USPI non ebbe davvero paura di Internet, come non aveva avuto paura del computer, anzi ne fu rapidamente affascinata. In pochi anni spuntarono migliaia di siti web come costole dei periodici, come vetrine artigianali della pubblicazione cartacea di cui esponevano il sommario, i titoli e gli articoli principali.

 

Con Internet, però, le cose non erano così semplici come con il computer poiché non bastava essere on line per diventare un prodotto editoriale veramente nuovo. Il sito web è e non è on line. E’ on line perché dà la possibilità al “navigante” di scegliere un articolo che lo interessi senza acquistare il periodico. Non è on line se non sfrutta la “parte telefonica” della rivoluzione telematica che è l’interattività. A maggior ragione questa possibilità di utilizzare al meglio la Rete vale per il periodico elettronico che va in onda senza alcun corrispondente cartaceo. Il periodico elettronico perfetto, infatti, non dovrebbe limitarsi a diffondere notizie, articoli e foto, ma dovrebbe sollecitare e raccogliere in tempo reale le opinioni dei lettori. L’interattività, invece, non è compiutamente sfruttata: ci sono ancora i vecchi lettori passivi mentre la comunicazione reciproca, dovrebbe far emergere come coautori del giornale, i cittadini elettronici.

 

Con il feed back tra periodico e lettore la rivoluzione telematica può modificare sensibilmente i tradizionali ruoli dell’informazione attenuando il potere dei giornalisti e abilitando gli abitanti del villaggio elettronico a verificare, rettificare e dissentire[1].        Il feed back dovrebbe superare anche il progetto editoriale, la foliazione e la periodicità del periodico elettronico poiché dovrebbe essere scritto a più mani, svilupparsi di momento in momento in un numero di pagine variabile di giorno in giorno.

 

L’atteggiamento di buona parte dei periodici medio-piccoli fu di positiva apertura per l’editoria on line che fece capolino fin dal XV Congresso dell’USPI (Montesilvano, 3-5 ottobre 1996).     Un magistrato studioso del sistema multimediale, Giuseppe Corasaniti invitò gli editori ad abbandonare la logica dell’assistenzialismo statale per cercare la conquista del mercato attraverso le strategie elettroniche le quali “…offriranno occasioni nuove non solo informative, ma anche occupazionali e sinergiche”.

 

L’oratore osservò che “la multimedialità non è eventuale, ma inevitabile: fin da oggi l’editore deve fare i conti con Internet che è una fonte di notizie sterminate…e c’è da chiedersi se la carta stampata non debba rinunciare a se stessa o invece trovare sinergie e stimoli nelle nuove tecnologie”.

 

Certo una parte degli editori dell’area USPI e lo stesso Zuccalà nel 1996 non esclusero che Internet potesse essere un fenomeno transitorio; ma quando si dovette organizzare il Congresso successivo, si decise senza incertezze di dedicarlo alle mutazioni che la rivoluzione telematica avrebbe impresso alla cultura del 2000 e al modo di fare editoria. Si scelse un tema volutamente ambizioso che avvinse la platea del XVI Congresso (Montesilvano, 14-16 ottobre 1999): “Anni 2000: odissea dei giornali. Come cambieranno l’informazione, il sapere e il ragionare”.

 

Il prof. Mario Morcellini tenne la prima relazione di base che costituì documento fondamentale per le problematiche che l’USPI avrebbe affrontato nel triennio successivo.

 

Il sociologo della comunicazione ribaltò il luogo comune che sanciva la sudditanza dei periodici ai quotidiani chiamando in causa la specifica valenza comunicativa dei periodici e le ragioni del successo di alcuni comparti come quelli dei periodici locali, associativi, tecnico-professionali e della società civile che attivano innanzitutto una relazione e, solo in seconda istanza, un’informazione. “E’ la comunicazione – rilevò Morcellini -, nei suoi aspetti relazionali e interlocutivi, che genera l’interesse dei lettori determinando, insieme ad altri fattori, il successo dei periodici. La stampa periodica, detto in altri termini, privilegia i messaggi di interazione a quelli di contenuto… I periodici sono riusciti, almeno in parte, a fornire una funzione di rappresentanza che è, invece, mancata al quotidiano…!”

 

L’avv. Luca Boneschi si addentrò nel campo impervio della cyberlaw, il nuovo diritto mondiale applicabile ad Internet, soffermandosi sulla disciplina delle testate on line.

 

All’interrogativo se vi sarà spazio nel 2000 per l’editoria di piccolo e medio capitale, il Card. Ersilio Tonini rispose indicando la via intermedia tra l’appartenenza al mondo e le piccole appartenenze che vanno salvate aprendosi alla multiappartenenza, uscendo dai nazionalismi con la consapevolezza che siamo anzitutto persone umane, “italiani, cittadini d’Europa”.

 

Nella seconda relazione di base Giancarlo Cinoglossi evocò l’uomo del 2000 che avrebbe potuto vivere parallelamente in due mondi: quello virtuale e quello reale con il rischio di confonderli, negando un evento reale o accettando una realtà inesistente. La realtà virtuale, soprattutto per i giovani, potrebbe essere una nuova droga o un lunapark dei sogni. E quindi i pedagoghi, le famiglie, gli insegnanti dovranno impegnarsi a consegnare intatto il principio di realtà alle nuove generazioni.

 

Il relatore commisurò anche i vantaggi del periodico elettronico e quelli del periodico cartaceo in una visione di complementarietà e integrazione.

 

“Nel prossimo decennio – osservò Cinoglossi – non vivremo in una paper less society poiché avverrà probabilmente ciò che è accaduto con la diffusione del cellulare: il telefonino ha affiancato il telefono fisso, ma non lo ha del tutto sostituito. La sopravvivenza dei periodici, oltre che da un buon giornalismo, dipenderà dalle abitudini dei lettori che saranno in parte informati dalla Rete e in parte ancora legati alla cultura del libro e del periodico. E’ sperabile che i superinformati non pretendano di fare a meno delle persone colte e viceversa”.

 

Alla pensosa riflessione riservata dal Congresso alla stampa del 2000 sia l’editoria periodica sia l’USPI risposero con i fatti: in pochi anni nacquero – come già accennato – moltissimi siti web derivati da periodici e centinaia di testate on line senza corrispondente cartaceo, mentre l’USPI dal 1° gennaio 2000 iscrisse e rappresentò gli interessi collettivi dei periodici elettronici.

 

  1. Il nuovo vertice dell’USPI e la gestione del cambiamento

 

Due settimane dopo la chiusura del XVI Congresso, la sera del 30 ottobre 1999, Gian Domenico Zuccalà, guida storica dell’USPI da ventisette anni consecutivi, venne a mancare. Al momento della scomparsa il Segretario Generale cumulava provvisoriamente anche la carica di Presidente, ma nel periodo della sua malattia, a norma di Statuto, le due funzioni erano state assolte rispettivamente dal Vice Segretario Generale Francesco Saverio Vetere e dal Vice Presidente Vicario Mario Negri.

 

Il Consiglio Nazionale, convocato d’urgenza, confermò all’unanimità Vetere nella carica di Segretario Generale e Negri nella carica di Presidente.

 

Apparentemente il cambio della guardia avvenne senza traumi ed infatti il nuovo vertice fu eletto per acclamazione, ma, a ben guardare, quella scelta volle esprimere una duplice svolta.

 

Vediamo anzi tutto da chi era composto il nuovo tandem.

 

Mario Negri, da venticinque anni aveva legato il suo nome all’esperienza editoriale della Domus, colonna dell’USPI con testate di successo, ed era stato Consigliere dell’Unione dal 1983. Con la sua elezione il Consiglio Nazionale, dopo le presidenze di Ciampi e Di Gravio, avvocati – editori di Roma, intese scegliere a ragion veduta un Presidente che fosse espressione delle aziende medio-grandi del Nord.

 

Francesco Saverio Vetere, avvocato penalista e amministratore di una piccola editrice della Capitale, era stato chiamato all’USPI nel 1996 come consulente legale e nel 1997 era stato nominato Vice Segretario Generale. Consigliere nazionale dal 1998, durante la malattia di Zuccalà aveva rappresentato l’USPI sostituendolo nei confronti con il Governo e nelle Commissioni ministeriali.

 

La sua elezione mirò non solo a confermare in mani romane la Segreteria Generale, secondo una formula felicemente sperimentata fin dalle origini dell’USPI, ma volle esprimere anche una decisa volontà di ricambio generazionale.

 

Il nuovo vertice fu dunque eletto con fiduciosa convinzione, ma lo attendeva un’eredità non semplice e uno scenario difficile.

 

Quando Zuccalà aveva avuto problemi di salute l’USPI ne aveva comprensibilmente risentito sia nell’azione categoriale sia nella lettura del cambiamento che la Rete aveva impresso al sistema dei media. E così per il nuovo vertice rilanciare la leadership dell’USPI, gestire in corsa la vertenza contro l’abolizione delle tariffe postali agevolate, accelerare il rinnovo della legge per l’editoria, fu un impegno ineludibile. Bisognò accelerare la corsa e cambiare per continuare a crescere.

 

Al nuovo Segretario Generale (e ai suoi 37 anni) l’USPI chiese di rilanciare l’autorappresentazione e l’autorevolezza dell’Unione e di esprimere la voglia di innovazione dell’editoria medio-piccola, senza rinnegare la costante delle politiche categoriali.

 

La continuità si fondava sulla ricerca di una corretta mediazione interna tra le esigenze dei piccoli editori e quelle delle medie-aziende dell’area USPI. Ma comportava anche la ricerca di un equilibrio, spesso instabile, tra le esigenze della base associativa e gli interessi, incombenti e talvolta minacciosi, delle grandi concentrazioni editoriali e dei colossi dell’editoria pura. La politica dell’USPI è sempre stata basata su questo postulato civile: il pluralismo dell’informazione e della cultura è un oceano nel quale devono poter navigare insieme i “transatlantici” e le “gloriose barche” della media e piccola editoria. Ed è importante che le piccole barche non affondino poiché la posta in gioco – il pluralismo editoriale – trascende le loro stesse dimensioni.

 

Il nuovo Segretario Generale non volle in alcun modo contraddire questo postulato, ma intuì che esso aveva necessità di essere adeguatamente approfondito e sviluppato. Le “piccole barche” meritavano una più attenta e perspicua considerazione, in assenza della quale avrebbero continuato a ricevere, a parole, molti attestati di stima e di rispetto, ma, nel contempo, nei fatti, sarebbero state destinate a veder perpetuate ai loro danni politiche discriminatorie, se non addirittura punitive. Gli errori fondamentali, commessi dal mondo politico e categoriale, che andavano assolutamente corretti, erano quelli di continuare a considerarle nella loro singola individualità ed accettare che l’unità di misura da assumere acriticamente a base delle politiche di settore fosse quella dei “transatlantici”.

 

Per rifondare una proposta politica seria nei confronti dei piccoli editori si imponeva preliminarmente la necessità di operare, in un’ottica nuova, una ricognizione della realtà da essi rappresentata. Per questa ragione il Segretario Generale fece svolgere dai suoi diretti collaboratori una rilevazione di dati relativa alla forza lavoro occupata dai periodici associati all’USPI. L’indagine  portò a fare emergere un dato in grado di ribaltare convinzioni radicate, quanto infondate: tutto al contrario di quanto stolidamente si affermava, e cioè che l’editoria “minore” rappresentasse un settore marginale sul piano dell’occupazione, si dovette prendere atto che, considerate nel loro complesso le “piccole barche” iscritte all’USPI (circa tremila) si avvalevano di 1.500 giornalisti dipendenti a tempo pieno, 2.500 giornalisti a collaborazione coordinata e continuativa e ben 12.500 giornalisti collaboratori occasionali. Considerati questi dati, con quale improntitudine si poteva continuare a cianciare di settore marginale nell’ambito di attività giornalistica?

 

Per decenni (anzi, da sempre!) si era subita passivamente la dottrina che l’unica realtà degna di attenzione fosse quella delle grandi aziende e delle testate a grande diffusione, poiché solo queste erano realmente le protagoniste dell’attività giornalistica.

 

I contratti di lavoro del settore come pure gli interventi legislativi di regolamentazione e di sostegno avevano sempre avuto riferimento alle esigenze delle grandi aziende e alla situazione delle testate (soprattutto quotidiane) a grande tiratura, quasi fossero le uniche protagoniste dell’attività informativa e del mercato editoriale, non solo trascurando, ma violentando le peculiarità di quel mondo che non solo sul piano della dignità culturale ma anche sul piano delle dimensioni economiche complessive occupava (ed occupa) una posizione di grande rilievo, capace di reggere qualunque confronto.

 

Da quella rilevazione un altro dato emerse, importante per sfatare stereotipi e pregiudizi dai quali gli osservatori del settore non sapevano o non volevano liberarsi. Quel dato consisteva nel confronto tra il numero di testate periodiche che annualmente cessavano le pubblicazioni e il numero delle nuove testate. Da anni il rapporto era attestato nelle proporzioni di uno a due, con punte di uno a tre. Ciò autorizzava a una serie di riflessioni che accenneremo brevemente: 1) il deprecato fenomeno delle concentrazioni delle testate riguardava l’editoria dei quotidiani e dei grandi magazines, ma non i periodici culturali e quelli di informazione locale; 2) quest’ultima categoria, ben viva e vitale, trovava accoglienza nel mercato, era in espansione e testimoniava la ricchezza e la vivacità dei fermenti operanti, all’insegna del pluralismo informativo e culturale, nella società civile; era, quindi, improprio concludere che le difficoltà entro le quali operava l’editoria periodica medio-piccola non derivavano da ragioni di carattere strutturale, ma piuttosto dalle pastoie che le venivano imposte, costringendo l’analisi e le eventuali soluzioni dei problemi negli schemi fuorvianti e inadeguati validi solo per la grande editoria?

 

Alla luce di questi inediti elementi di scenario, sin dall’inizio del suo mandato, Vetere impostò l’azione dell’USPI a difesa dell’editoria medio-piccola su basi nuove, con la consapevolezza che il settore dovesse e potesse rivendicare, senza complessi di ingiustificata inferiorità, una considerazione, da parte del Palazzo e degli addetti ai lavori, adeguata alla sua non soltanto potenziale importanza.

 

Vennero evidenziate due direttrici principali sulle quali lavorare: le comunicazioni politiche e le relazioni interne con i soci.

 

Bisogna oltretutto tenere presente che il lavoro di autorappresentazione categoriale aveva subito un rallentamento negli ultimi anni della precedente gestione e, quindi, ci si trovava di fronte ad un passaggio cruciale: riuscire a trovare parole nuove e segni di comunicazione efficaci con le forze politiche, le istituzioni e gli organismi rappresentativi della carta stampata.

 

Vetere misurò ogni giorno quanto silenzio esistesse ancora sui nuovi prototipi di editori e di testate presenti nello scenario della comunicazione accanto ai colossi editoriali e ai periodici di massa. E scelse la via del dialogo capillare e delle spinte ragionevoli.

 

Sul fronte politico, la Segreteria riprese a tessere e a ricucire i rapporti con il Parlamento, il Governo, il servizio editoria della Presidenza del Consiglio, i parlamentari trasversalmente sensibili alle problematiche dell’editoria periodica, le Poste Italiane, la Telecom, la Federazione della Stampa, i soggetti della distribuzione…

 

Fu necessario, con motivata forza, riproporre agli uomini della politica e delle Istituzioni le ragioni degli editori puri.

 

D’altro canto le relazioni politiche invecchiano rapidamente ed è faticoso riannodarle. Le cose poi si complicano quando cambiano le maggioranze di governo ed è quanto accadde nella primavera del 2001 con il passaggio dai gabinetti ulivisti al governo della Casa delle libertà.

 

Dopo le elezioni, quando lo scenario governativo e parlamentare fu rivoluzionato, bisognò ricominciare da capo e spiegare, argomentare e documentare ai nuovi inquilini di Palazzo Chigi, di Montecitorio e di Palazzo Madama che la stampa periodica non è fatta solo da “Panorama“, “Focus“, “Topolino“, ma esiste anche un’altra carta stampata.

 

Nel triennio che va dal 16 novembre 1999, (quando venne eletto il nuovo vertice dell’USPI poi confermato, con voto unanime, il 16 maggio 2001, per il triennio successivo) alla fine del 2002 la stampa periodica conobbe vertenze cruciali, turbolenze, affermazioni decisive e piccoli passi avanti.

 

Tra i confronti più aspri – ma anche più proficui per l’editoria periodica – vanno registrati quelli che ebbero ad oggetto prima la proroga delle tariffe postali agevolate, ottenuta per tre volte dal 1999 al 2002 e poi l’abolizione di una pericolosa riforma postale che puntava alla cancellazione delle riduzioni tariffarie. Ne abbiamo parlato nel capitolo precedente, ma dobbiamo soggiungere che l’azione dell’USPI, intesa ad informare il Parlamento delle conseguenze nefaste del nuovo regime postale, incontrò l’adesione trasversale di tutte le forze politiche – di maggioranza e dell’opposizione – che venne espressa anche con un consistente numero di interrogazioni parlamentari presentate[2].

 

Un impegnativo confronto riguardò anche l’approvazione della legge di riforma dell’editoria n. 62/01 e l’emanazione dei decreti di attuazione su cui ci siamo già soffermati adeguatamente nel terzo capitolo.

 

Meno appariscente, ma non meno importante per la crescita dell’editoria periodica, fu l’impegno sindacale per la contrattualizzazione degli “operatori di redazione” perseguito attraverso il secondo Contratto USPI-CONFAPI del 17 luglio 2001 a cui seguì la guardinga apertura di un negoziato con la Federazione della Stampa per il contratto dei giornalisti impiegati nelle aziende associate all’USPI.

 

L’impresa non si presentava semplice perché bisognava superare storiche chiusure. Nell’autunno del 1992, infatti, in un incontro avvenuto a Torino nella sede dell’Ordine dei giornalisti di Piemonte e Val d’Aosta, la proposta dell’USPI di aprire un negoziato per un secondo contratto fu garbatamente ma decisamente respinta dal Segretario della Federazione della Stampa, Santerini, perdurando il dogma dell’unicità del Contratto FIEG. Qualche editore piemontese volle assecondare quella logica onerosa e firmò un accordo regionale che costò all’USPI una piccola secessione ed ai firmatari un gravoso aumento delle voci di spesa per il lavoro subordinato.

 

Sugli esiti in gran parte apprezzabili degli importanti confronti politici sulle tariffe postali agevolate, sulla legge per l’editoria n. 62/01 e sui suoi decreti di attuazione abbiamo riferito nei capitoli precedenti. Ma la tutela degli interessi collettivi di una categoria è fatta anche di piccoli passi.

 

La Finanziaria 2002, in materia di IVA, sancì il passaggio della resa forfettaria dal 60% all’80% che consentì agli editori la possibilità di ridurre, all’atto pratico, l’aliquota IVA dal 4% allo 0,8%.

 

Con il DPCM del 21 dicembre 2001 fu perfezionata la disciplina del contrassegno SIAE (di 3 centesimi di euro circa) da applicare sui supporti multimediali, secondo un’intesa concordata anche con l’USPI. Il “bollino” certifica che il prodotto non è una duplicazione pirata e quindi tutela i diritti degli editori e degli autori.

 

Infine sia per il 2001 sia per il 2002 l’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni esonerò gli editori di periodici dal versamento del contributo per il suo funzionamento.

 

Fra le turbolenze incontrate dal nuovo vertice USPI, nel primo triennio di attività, va ascritta la legge sulla sperimentazione di nuovi punti vendita e la sua concreta effettuazione a cui si è brevemente accennato nel capitolo precedente.

 

Per i periodici di piccola e media tiratura la sperimentazione si rilevò sostanzialmente un flop. Le vendite restarono stazionarie, mentre il dato complessivo accertato di aumento del volume del venduto registrò un esiguo + 1,7%.

 

Le grandi concentrazioni nel 2002 tentarono di allargare la rete con 20.000 nuovi punti vendita chiedendo che fossero autorizzati anche gli esercizi che ne avevano fatto domanda senza però partecipare alla sperimentazione.

 

Un aspetto certamente interessante, ma ad oggi non ancora attuato, della nuova legge (DLgs 170/01) è la istituzione di un osservatorio per il monitoraggio della rete di vendita con la partecipazione di tutti i soggetti del comparto distributivo-editoriale.

 

  1. La riorganizzazione degli uffici

 

Nell’azione di rinnovamento e di rilancio dell’USPI intrapresa dal Segretario Generale un aspetto di grande rilievo assunse la necessità di riformare le strutture interne in modo che esse, in armonia con la nuova consapevolezza del ruolo dell’USPI nello scenario sociale e economico, divenissero da mero apparato di segreteria veri uffici ad alta professionalità e con competenze specifiche. In questo senso ad ognuno dei funzionari direttivi venne affidato un particolare settore di attività (ad esempio le problematiche della vendita e distribuzione, quelle connesse alle spedizioni postali, con il conseguente compito di seguire lo spinoso problema delle tariffe agevolate, quelle relative al nuovo Registro degli Operatori di Comunicazione, quelle riguardanti il rapporto di lavoro con particolare attenzione alla gestione e al rinnovo dei contratti nazionali dei quali l’USPI era firmataria).

 

Nel contempo furono potenziati i rapporti con i consulenti esterni con particolare attenzione nell’acquisire all’USPI la collaborazione di esperti in materia di legislazione sulla stampa e l’editoria, di diritto d’autore, di legislazione tributaria, di diritto del lavoro.

 

La completa informatizzazione degli uffici e lo sviluppo del sito Internet dell’USPI potenziarono i servizi gratuiti di consulenza ed assistenza offerti ed espressero – a partire dal 2000 – la tensione permanente di un’Unione sempre più vicina ai propri associati.

 

Ogni socio ebbe da allora la possibilità di leggere e “scaricare” in tempo reale i provvedimenti legislativi e regolamentari, le disposizioni ministeriali e le notizie di attualità inerenti all’attività editoriale senza dover reperire autonomamente le Gazzette Ufficiali e le circolari governative o ministeriali.

 

Ogni mese una circolare informativa altamente specializzata, elaborata dallo “Studio Internazionale Legale Tributario”, fornì – e fornisce tuttora – ai soci uno scadenzario mensile, notizie previdenziali, indicazioni di agevolazioni e contributi, commentari ed aggiornamenti giuridico-legislativi.

 

I tradizionali servizi di consulenza gratuita furono arricchiti da nuovi settori riguardanti la raccolta pubblicitaria, il marketing editoriale (frutto di un accordo con la “Promedia expert”), le collaborazioni coordinate e continuative, il diritto d’autore, l’editoria on line (attraverso la “Promotion digitale”), i rapporti con l’Authority per le comunicazioni e il Registro degli Operatori di Comunicazione e, naturalmente, il credito agevolato previsto dalla nuova legge per l’editoria n. 62/01.

 

Il crescente successo che riscossero e i servizi di consulenza gratuita è testimoniato dal numero dei soci che giornalmente si avvalgono dell’esperienza dei funzionari e dei consulenti dell’USPI. Basterà citare un dato su un mese campione: dalle 253 consulenze richieste agli uffici nel settembre 2001, si è passati alle 450 del settembre 2002. Nell’arco di un anno esse superano abbondantemente il numero di 3.500.

 

La 12a edizione della “Guida della Stampa periodica italiana” 2001-2002, in assenza di un testo unico della legislazione editoriale più volte sollecitato dall’USPI, uscì depurata da tutte le disposizioni abrogate o superate e arricchita da nuovi commentari e pratiche finestre dell’ “ABC dell’editore”.

 

Non meno vivace fu il lancio delle campagne annuali tendenti ad allargare la base associativa e a ridurre l’ancora elevato numero di testate non iscritte né all’USPI né alla FIEG.

 

Già nel 2000 il fisiologico turn over delle testate associate presentò un saldo attivo di quasi 400 nuove iscrizioni che compensarono largamente le 200 testate che avevano chiuso i battenti. Il dato fu confermato nel 2002 dopo un 2001 dedicato al consolidamento e alla fidelizzazione degli associati.

 

Infine, nel 2001 fu aperta al pubblico la “Biblioteca USPI”, alimentata da acquisti e donazioni, sistemata nella ex sala del Consiglio Nazionale intitolata a Gian Domenico Zuccalà. Nello stesso anno fu inaugurato nei locali di proprietà dell’Unione prospicienti la sede sociale un elegante auditorium destinato alle riunioni dell’Assemblea e del Consiglio nazionale, e ad incontri, dibattiti e convegni sui temi dell’editoria e della stampa organizzati dall’USPI.

 

  1. Il piccolo editore va in Rete

 

Sul finire del 2000 l’USPI volle offrire agli editori di piccolo e medio capitale la possibilità di aggiornare e approfondire la riflessione sulla rivoluzione telematica avviata con il XVI Congresso del 1999. E così furono convocati a Frascati gli attori più rappresentativi dello scenario editoriale perché spiegassero e si interrogassero a loro volta sul “Il futuro della comunicazione locale nell’era di Internet”.

 

Al Forum intervenne il Gotha della comunicazione, in ossequio alla protagonista dell’evento: la Grande Rete.

 

Svolsero importanti relazioni Enzo Cheli, Presidente dell’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni, Vannino Chiti, Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei Ministri, Vincenzo Vita, Sottosegretario al Ministero delle Comunicazioni, Paolo De Nardis, Preside della Facoltà di Sociologia della “Sapienza” di Roma, Giuseppe Giulietti, responsabile del Settore comunicazione dei DS, Paolo Serventi Longhi, Segretario Nazionale della FNSI, Severino Lavagnini, Sottosegretario al Ministero degli Interni, Giovanni Buttarelli, Segretario Generale dell’Autorità garante della Privacy, Giuseppe Sangiorgi, Commissario dell’Autorità per le Garanzie nelle comunicazioni, Giuseppe Pantano, Direttore della Divisione corrispondenza di Poste Italiane SpA.

 

E furono presenti, naturalmente, i più qualificati rappresentanti dei periodici d’informazione locale, dalla FISC agli editori laici, i rappresentanti delle televisioni e delle radio nazionali e locali, della CONFAPI, dei sindacati degli edicolanti, del CONSIS. Francesco Saverio Vetere e la moderatrice del Forum, Emanuela Falcetti, ebbero il loro da fare per organizzare il succedersi degli interventi nella Sala delle Scuderie Aldobrandini, dove si fecero previsioni e diagnosi su Internet, sulle mutazioni dei paradigmi cognitivi e sulla rivoluzione dei processi produttivi dell’editoria.

 

Ma nell’elegante complesso multimediale si discusse anche di sviluppo, di sostegni, di tariffe postali, quasi a mettere coraggio agli editori che si chiedevano se il loro periodico stampato non corresse il rischio di fare la fine di Tuscolo, distrutta dai Romani nel 1191 e celebrata nel sottostante museo archeologico.

 

Il prof. De Nardis azzardò una previsione, nel breve periodo, di 3.000 giornali locali on line, mentre il Presidente dell’USPI, Negri, raccomandò la qualità della comunicazione locale più che la tecnica di diffusione. L’on. Giulietti, tastando il polso al mercato degli editori medio-piccoli, vide nel 2001 un anno importante per saldare il problema postale con la riforma dell’editoria. Il prof. Cheli spiegò che gli elementi della rivoluzione telematica sono la velocità e l’interattività unite alla possibilità di far convergere il video e il computer sul telefono.

 

Il sottosegretario Vita, animatore del Forum, prospettando i problemi e le soluzioni per la carta stampata, sottolineò che “l’USPI esprime un mondo più importante di quanto non appaia alla politica in quanto rappresenta la grande realtà dei diecimila periodici medi e piccoli”. “L’informazione locale è l’elemento qualificante dell’evoluzione globale che è la somma di tutti i locali. Ma il globale non sempre fa comunicazione…, il locale sì. Il connubio di Internet con la telefonia – osservò l’on. Vita – nel 2005 farà superare il primo miliardo di utenti, ma nel mondo ci sono cinque miliardi di persone che non hanno il telefono, mentre Manhattan ha più allacci telefonici di tutta l’Africa.”

 

Fabrizio Berrini, rappresentante del coordinamento di 850 emittenti locali (Aer/Anti/Corallo) espresse perplessità sulla parola “global” poiché il globale poteva nascondere la volontà di Rai e Mediaset di spadroneggiare. A suo giudizio l’editoria locale avrebbe avuto grandi possibilità se il mercato fosse stato disciplinato in modo da impedire ai monopoli di soffocare i piccoli settimanali e le piccole emittenti televisive.

 

Il Direttore della Divisione Corrispondenza, Pantano, annunciò che l’azienda Poste Italiane stava cercando di rilanciare la distribuzione dei periodici a cominciare dal recapito di alcuni settimanali in 24 ore.

 

Giuseppe Sangiorgi, Commissario dell’Authority, individuò nelle Regioni uno strumento di sviluppo e di vigilanza delle comunicazioni realizzabile attraverso i CORECOM (Comitati regionali per la comunicazione).

 

L’editore Gianluigi Viganò, portando la voce degli editori di periodici stampati e on line, pose il problema centrale della pubblicità invocando regole volte a moderare la pretesa dei grandi gruppi nazionali di raccogliere pubblicità in ogni angolo del mercato, sottraendola agli editori medio-piccoli.

 

Un contributo tecnico di grande spessore fu proposto da Don Vincenzo Rini, presidente della FISC che disegnò uno scenario all’insegna del principio d’integrazione. “…I nostri giornali – disse – dovranno trovare il modo di approdare su Internet come stimolo e ulteriore occasione offerta ai lettori per tornare poi al giornale e cercare su di esso una notizia più completa, un approfondimento, una tematizzazione. In altre parole non dobbiamo vedere Internet come un nemico ma come un interlocutore.”

 

Puntuali arricchimenti giunsero da Federico Sposato, Vice Presidente della CONFAPI, da Giovanni Buttarelli, Segretario Generale dell’Autorità per la privacy, da Roberto Massimo, Presidente del CONSIS, (consorzio per la promozione e lo sviluppo dei settimanali diocesani) e dall’on. Roberto Barzanti che introdusse la seconda sessione con una relazione sull’Europa, invocando una risposta democratica dall’Ue alla rivoluzione telematica in termini di libertà dei media e garanzia del pluralismo.

 

Paolo Serventi Longhi, Segretario Nazionale della FNSI, espresse l’avviso che l’informazione on line non avrebbe potuto danneggiare l’editoria locale e auspicò l’avvio di un negoziato per il contratto modulato dell’area USPI.

 

Mons. Antonio Barbierato, Vice Presidente Vicario dell’USPI, per il “partito dei prudenti” fece una approfondita disamina sulle differenze essenziali che distinguono l’informazione a stampa dall’informazione telematica. “Dobbiamo essere informazione – osservò – che crea “comunicazione”, a differenza di Internet che fa molta più informazione di quanta possiamo farne noi, ma certamente non fa altrettanta comunicazione; anzi rischia addirittura di essere informazione che isola il singolo di fronte al video, creando incomunicabilità tra le persone. Internet può migliorare l’efficienza dell’informazione, ma non, ipso facto, la qualità della comunicazione come valore umano e sociale”.

 

Quale fu la risposta degli editori medio-piccoli agli stimoli ricevuti dalle giornate di Frascati? La prudenza con cui molti aprirono siti web e sperimentarono l’edizione di periodici elettronici fu espressa in un titolo di prima pagina del Notiziario USPI di febbraio 2001: “Gli editori e la Rete: buttarsi conviene?”.

 

L’editore medio-piccolo si acculturò sulle possibilità della Grande Rete, ma non ne restò abbagliato, soprattutto per l’incognita degli introiti pubblicitari. E fu buon profeta poiché nel 2002, dopo i 210 miliardi di raccolta pubblicitaria del 2001, quella che doveva essere la nuova frontiera dell’editoria periodica si ridimensionò e molti editori tornarono a rivalutare le vecchie certezze del prodotto stampato, pur ritenendo che il pc non stesse morendo e che la Rete non fosse in declino.

 

Nel 2001 i siti web erano saliti da 559 a 1.051 mentre le webzine erano passate da 722 a 1.141 e i quotidiani on line da 54 a 73. La relazione 2002 dell’Autorità per le comunicazioni segnalò che a fine dicembre 2001 il mercato dell’editoria elettronica annoverava complessivamente 2.298 pubblicazioni, 890 più del 2000, con una crescita del 60%.

 

Sembrò, insomma che gli editori medio-piccoli sperimentassero il cyberspazio con interesse, ma anche con cautela, senza troppe illusioni sull’audience e sulla pubblicità.

 

Gli editori si trovarono ad un bivio: buttarsi con poca spesa in una produzione on line a problematico rendimento pubblicitario o restare in un mercato della carta stampata dove gli affanni erano non meno scoraggianti?

 

Per comprendere l’attrazione degli editori medio-piccoli per Internet bisogna infatti considerare che nel decennio 1990-2000 i prezzi di copertina si erano mantenuti costanti e in alcuni casi erano anzi diminuiti, il valore totale del venduto era salito meno dell’inflazione, le copie vendute erano quasi dimezzate sebbene il numero delle testate fosse sensibilmente aumentato. Queste stime di massima dell’osservatorio USPI erano confermate da dati ufficiosi di un’analisi prospettica fatta per lo stesso periodo da ADN con riguardo ai periodici medio-piccoli distribuiti in edicola. Da quell’analisi emerse un modello di editoria periodica che offriva ai lettori maggiori possibilità di scelte, ma che era molto diverso da quello del 1990 poiché soffriva di frammentazioni e di doppioni e si caratterizzava per la precarietà delle posizioni di leadership.

 

  1. Il confronto della Rete e della carta stampata sulla strategia dell’ “ingresso libero”

 

Negli ultimi tempi il confronto fra l’editoria a supporto cartaceo e Internet si è andato spostando sul fronte della “gratuità”. Alle origini della rivoluzione digitale i naviganti dovevano abbonarsi ad un provider, cioè ad uno dei gestori della Rete. Ben presto i programmi che servivano per collegarsi ad Internet divennero gratuiti e furono allegati come gadget dei giornali. Per la massa dei navigatori, che si avviavano a toccare la quota di 10 milioni, restavano ora solo da pagare gli scatti telefonici dell’accesso ad Internet.

 

Tiscali, l’innovativa creatura sarda di Renato Soru, dopo aver inaugurato la prassi del rimborso di una parte delle telefonate sulla Rete, lanciò l’operazione “Internet più che gratis” regalando ai suoi abbonati 6 lire per ogni minuto di collegamento[3].

 

Di fronte a questa strategia della Rete, la carta stampata raccolse la sfida della distribuzione gratuita e il 2002 ha celebrato i fasti della free-press.

 

Lo strepitoso successo dei quotidiani distribuiti gratuitamente nei luoghi di aggregazione delle grandi città nel 2002 è evidenziato da cifre imponenti:

 

“Leggo” (gruppo Caltagirone) è presente in 10 città con un milione di copie;

“City” (Rcs) con 770 mila copie;

“Metro” (Metro International) con 450 mila copie;

“In Città”  (Nuova Editoriale Italia) ben radicato nel Veneto con 150 mila copie.

 

A cosa si deve il successo di queste iniziative?

 

Essenzialmente a tre elementi:

 

–     anzitutto alla buona qualità di questi mini-quotidiani che si lasciano leggere o almeno sfogliare piacevolmente;

–     alla capacità dei grandi gruppi di attendere con nervi saldi i ritorni pubblicitari (alla fine del 2002 sono stati calcolati in 52 milioni di euro).

–     al fatto che gli inserzionisti pubblicitari non chiedono lettori, ma contatti. L’essenziale è che il giornale gratuito si ponga come efficace procacciatore di potenziali clienti per la sua capacità di lasciarsi guardare.

 

Arrivando rapidamente ai nostri giorni, per Azzurra Caltagirone, editore di “Leggo”, l’utente tipo – per la maggior parte di sesso maschile, tra i 14 e i 54 anni di età – è un “lettore che detta gli stili di vita, ha una buona istruzione ed è in grado di orientare le scelte”. Se queste ricerche di mercato sono esatte è chiaro che un simile target fa gola agli inserzionisti pubblicitari. Non si tratta, però, di inventare solo dei buoni contenitori pubblicitari, ma di creare prodotti di buona fattura e qualità.

 

E’ presumibile che l’onda lunga della free-press raggiunga anche le piccole città e i piccoli editori disposti a giocare la carta del periodico o anche del piccolo quotidiano. Ma la tendenza più recente riguarda la dislocazione dei contenuti in ambiti diversi dall’informazione.

 

Alcuni periodici gratuiti usciti nella seconda metà del 2002 confermerebbero la tendenza ad allontanarsi dall’informazione generale per inseguire target più frivoli, appetibili per la pubblicità di settori come la cura del corpo, i viaggi, la bellezza, lo stile di vita.

 

  1. Il Coordinamento mondiale della stampa periodica italiana

 

Il 18 febbraio 2002 segnò un ulteriore passo rilevante nella promozione della stampa periodica.

 

L’USPI e la FUSIE (Federazione Unitaria Stampa Italiana all’Estero) firmarono un protocollo d’intesa per la creazione di un organismo finalizzato alla tutela e allo sviluppo della stampa periodica italiana nel mondo.

 

L’organismo, denominato “Coordinamento mondiale della Stampa Periodica Italiana”, ha sede presso la Segreteria Generale dell’USPI ed è composto da sette componenti in rappresentanza della FUSIE e sette componenti in rappresentanza dell’USPI.

 

Presidente del Coordinamento mondiale è l’Avv. Francesco Saverio Vetere, Segretario Generale dell’USPI. Segretario Generale è il Dr. Domenico De Sossi, Presidente della FUSIE.

 

Ad avviso dei promotori, in questo particolare momento e alla luce della nuova legge sul voto degli italiani all’estero, assume un’importanza ancora maggiore la collaborazione tra gli editori della madre patria e le testate italiane all’estero.

 

Per questo, uno degli obiettivi più significativi e rilevanti del Coordinamento è lo sviluppo e il miglioramento dei canali di informazione per le comunità italiane nel mondo volto a garantire un esercizio più informato del diritto di voto.

 

Questa recente iniziativa rinverdisce il tradizionale “ecumenismo” dell’USPI che in mezzo secolo si è sviluppato lungo due direttive: la valorizzazione all’estero della stampa periodica italiana e gli scambi professionali con gli editori di periodici di tutto il mondo.

 

Nel primo ambito rientrano le Mostre dei periodici italiani realizzate dall’USPI per far meglio conoscere all’estero le testate associate e non e per elevare il prestigio dell’editoria italiana.

 

L’immagine della stampa periodica già nel 1954 fu promossa attraverso la partecipazione delle riviste associate a un ciclo di Mostre del libro e del periodico italiani in varie città tedesche (Stoccarda, Bonn, Colonia, Magonza, Amburgo e Monaco).

 

Nel maggio 1987 fu presentata a Lublino una Mostra di periodici italiani, come prova generale di una più vasta e strutturata “Mostra della Stampa Periodica Italiana” presentata a Varsavia (29 novembre – 8 dicembre 1988) in collaborazione con la RSW polacca e con gli auspici del Ministero per gli Affari Esteri italiano: 1500 testate esposte per settori e sezioni in 40 bacheche, 500 periodici catalogati per materia nella sala lettura, 8000 copie in saggio, 20 box per esporre le pubblicazioni del Servizio Informazioni della Presidenza del Consiglio, la mostra delle “Edizioni Nazionali” del Ministero Beni Culturali, le pubblicazioni delle case editrici Giuffrè, Domus, Lancio, Maggioli; 10 vetrine esterne sui principali settori editoriali. In un momento delicato per la Polonia, l’esposizione di Varsavia – inaugurata e valorizzata da un memorabile discorso del Presidente del Senato, Giovanni Spadolini – fu un’ampia rassegna sulla cultura e il pluralismo italiani.

 

Sull’esempio della Mostra di Varsavia, l’USPI fu invitata dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri e dall’Istituto Italiano di Cultura in Albania a collaborare ad una Mostra del libro e del periodico italiano tecnico-scientifico a Tirana, dove aprì ancora una finestra culturale verso l’Est.

 

Nel 1991 la “Mostra del periodico italiano scientifico e culturale”, presentata a Pechino nel “Palazzo delle Nazionalità” dal 4 all’11 giugno fu un evento di risonanza internazionale, citato anche da “Le Monde” in un servizio di Maria Antonietta Macciocchi.

 

L’esposizione, realizzata dall’USPI in collaborazione con l’Associazione Cinese degli Editori e con l’Amministrazione Stampa-Editoria del Governo di Cina, presentò 500 periodici scientifici, 250 riviste culturali, 227  pubblicazioni professionali, nonché le pubblicazioni e gli audiovisivi della Presidenza del Consiglio e della Camera dei Deputati. Un’attrattiva particolare fu l’esposizione delle incisioni a soggetto dantesco realizzate da cento artisti italiani contemporanei per un’edizione monumentale della “Divina Commedia”.

 

Le pubblicazioni esposte, alle quali corrispondevano altre da consultare in un’apposita sala, furono corredate da schede informative in lingua cinese tradotte a cura del prof. Piero Corradini Direttore dell’Istituto Italiano di Cultura a Pechino. La perfetta leggibilità dell’esposizione fu garantita da una precisa segnaletica dei settori e da un quadro statistico di tutta la stampa italiana distinta per materia e periodicità.

 

Il materiale era stato selezionato e predisposto dai Consiglieri dell’USPI Giancarlo Cinoglossi (ordinatore della Mostra), Giorgio Schirillo e Domenico Volpi.

 

Per i numerosi partecipanti italiani, l’incontro con la millenaria civiltà cinese suscitò grandi emozioni, che culminarono nella visita alla Città Proibita e nel viaggio a Xi’an, l’antica capitale imperiale presso la quale era stata riportata alla luce la straordinaria “armata di terracotta”.

 

A cosa si deve l’ “ecumenismo” dell’USPI, sancito dallo Statuto?

 

La marcata multifocalità dell’editoria medio-piccola rese l’USPI – fin dal suo nascere – apertissima alla conoscenza e agli scambi culturali con le realtà editoriali dell’Europa e del mondo. L’eterogeneità dei suoi comparti accese l’interesse dell’Unione per le esperienze della stampa periodica straniera con un’accentuazione che non trovò riscontro né in altri organismi associativi, né negli organi istituzionali preposti agli scambi culturali.

 

I rapporti internazionali con gli editori d’oltralpe trovarono la loro più efficace espressione nei Convegni europei della stampa periodica promossi dall’USPI. Il primo di questi incontri internazionali fu tenuto a Reggio Calabria (30 marzo – 1° aprile 1979) sul tema “I periodici e l’Europa”, nell’imminenza delle elezioni dirette del Parlamento Europeo.

 

Il II Convegno europeo della stampa periodica si tenne a Cracovia (30 settembre – 4 ottobre 1989) sul tema “Una stampa libera per un’Europa unita” nell’emozione di vivere la vigilia del ritorno dei Paesi dell’Est agli ordinamenti liberi e democratici.

 

Fra i numerosi scambi professionali con l’Inghilterra, la Germania, la Turchia, la Spagna, la Polonia, l’Ungheria, la Russia, l’Armenia, la Georgia, la Cina e Taiwan, nel 1988 l’Unione ospitò in Italia una delegazione di giornalisti dell’URSS, ai quali Papa Giovanni Paolo II concesse un’udienza riaffermando il suo interesse per l’evoluzione della situazione politica in rapporto alla libertà di coscienza, in un’estemporanea e profetica riflessione.

 

Dopo la caduta del muro di Berlino l’USPI realizzò prontamente ad Urbino uno stage per cento editori e giornalisti polacchi (20 – 29 luglio 1991) sulla libertà di stampa e l’impiego dei computers  nella gestione editoriale.

 

Per gli editori italiani dei periodici d’informazione con la partecipazione di editori ungheresi ed inglesi si tenne a Pettenasco (Novara) dal 22 al 24 maggio 1992 un Convegno su “L’Informazione locale nell’Europa delle mille città”.

 

Il tema europeo tornò in molti altri Convegni USPI e nel Seminario su “Stampa periodica, Europa e federalismo” patrocinato dal Parlamento europeo e presieduto da Louis Croonen, allora Presidente della FAEP (Reggio Calabria, 4 dicembre 1998).

 

Nell’ottica di implementare i rapporti internazionali e gli scambi culturali di settore, nel giugno del 2000 (21-23.6), su invito del “Foreign and Commonwealth Office”, il Presidente dell’USPI, Negri, e il Segretario Generale, Vetere, si recarono in visita ufficiale a Londra, per un opportuno scambio di vedute con i rappresentanti delle Istituzioni, degli imprenditori e degli organismi di categoria del Regno Unito.

 

La visita, organizzata dal FCO e dall’Ambasciata inglese a Roma, permise di confrontare dati sullo stato dell’editoria nei due Paesi, sull’opera dei rispettivi governi a tutela dei piccoli editori e sull’incidenza delle direttive europee nel mercato editoriale.

 

L’occasione fu utile pure per rinsaldare i rapporti di collaborazione e di amicizia tra l’USPI e la PPA (Periodical Publisher’s Association).

 

Nel corso della visita Vetere e Negri ebbero importanti incontri con i dirigenti del “Departement of Trade and Industry” (Dipartimento Industria e Commercio), dell’ “Arts Council of England” (per il settore dei periodici di elevato valore culturale), di “Royal Mail” (le Poste Inglesi) e della “Federation of International Periodical Publishers (FIPP)” con la quale sono state poste le premesse per una futura collaborazione a livello internazionale.

 

 

  1. Come andrà a finire?

 

Siamo partiti dalle Gazzette del 1600 non per prenderla alla lontana, ma per dimostrare che la stampa periodica, pur essendo emersa alla piena visibilità da pochi anni, ha una sua storia lunga e nobile che va riletta e decifrata raccordando parti attinenti alla grande editoria e momenti riguardanti l’editoria medio-piccola che costituiscono fasi interdipendenti del grande processo di formazione dell’attuale sistema mediatico.

 

I periodici nascono dopo il libro, ma prima dei quotidiani. Che li oscurano, ma non li distruggono.

 

La televisione arriva dopo la carta stampata, ma non la esautora.

 

La Rete irrompe dopo la carta stampata e dopo la televisione, ma non le demolisce.

 

Derrick da Kerkhove ha scritto: “La forma vera della radio è stata rivelata dalla tv. La forma della tv è stata resa manifesta soltanto dopo l’invenzione del computer. La forma del computer è già possibile comprenderla perché siamo entrati nel mondo delle Reti”[4].

 

Si è andato, così, profilando il principio che nel sistema mediatico tutto si trasforma, ma niente si distrugge: i nuovi mezzi di comunicazione si aggiungono ai vecchi trasformandoli in un incessante processo di “mediamorfosi”, di “ri-mediazione”, ma senza cancellarli.

 

Negli anni ’80 alcune Cassandre dell’informatica avevano profetizzato che ai primi del terzo millennio i media a supporto cartaceo sarebbero stati agonizzanti. Siamo al 2003, ma né il computer, né Internet, né i cellulari hanno inferto colpi mortali ai giornali e ai periodici, anzi la loro coesistenza pacifica sul mercato è abbastanza evidente.

 

Sottolineando il principio d’integrazione dei media non vogliamo però ignorare gli elementi di crisi dei giornali di carta, né adombrare una svalutazione preconcetta di Internet.

 

La stampa, confrontata con l’informazione digitale, vive indubbiamente condizioni cruciali che la mettono in crisi: la concorrenza televisiva che non sottrae solo pubblicità ma anche tempo alla lettura; l’inadeguatezza del sistema distributivo postale e nella rete delle edicole e punti alterna tivi; la caduta di credibilità delle grandi testate e dei giornalisti “professionisti dell’improvvisazione”; la prevalenza del marketing sulla qualità dell’informazione; il vizio di voler guadagnare copie con i gadget per raccogliere più pubblicità.

 

Di fronte a questi handicap della carta stampa, la capacità del periodico elettronico di stare sugli eventi in tempo reale e di diffondere la notizia su una rete mondiale a bassi costi può favorire l’editoria digitale ed è legittimo – anche se ormai è diventato banale – domandarsi se, dopo la spallata della TV, la Rete possa infliggere ai giornali cartacei un colpo di grazia.

 

La risposta più cauta non si basa su un aut aut, ma su un et et.

 

E’ ben vero che con Internet ognuno può diventare editore di se stesso e trovare un suo pubblico come avviene nel citatissimo corner del Central Park di Londra dove oratori improvvisati possono arringare gruppetti di curiosi sui temi più disparati. Ma, attenzione!, la democratica possibilità di raccontare sulla Grande Rete notizie, verità, certezze può determinare il trionfo della quantità delle informazioni a scapito della loro qualità.

 

Almeno fino ad oggi il racconto di quanto avviene nel mondo così come lo leggiamo su giornali e periodici stampati è, in genere, più attendibile, più verificato o, comunque, meno inaffidabile della notizia che guardiamo sullo schermo del computer.

 

La copiosità delle notizie, dei messaggi, delle banche dati che popolano la Rete determina una ridefinizione professionale degli editori e dei giornalisti che non si caratterizzano più per l’abilità nell’accedere alle fonti d’informazione – ormai di pubblico dominio – ma per la loro capacità di vagliare e selezionare il “brusio informativo”, il chiacchiericcio torrenziale che ci accompagna[5].

 

Per il futuro il discorso è aperto.

 

Quando la Rete garantirà la qualità della sua informazione nell’interesse dei naviganti-lettori non è da escludere che sia proprio essa, con la sua flessibilità, ad indicare alla carta stampata la strada della redenzione: per scelta o per necessità[6].

 

A InfraItalia 2001 Giancarlo Cerutti, nella relazione di apertura, ha così caratterizzato i rapporti che possono intercorrere tra la carta stampata e la Rete: “La televisione commerciale non ha inibito, ma ha alimentato la circolazione della carta stampata dal momento che i due canali informativi coprono due mercati diversi…e così sarà per Internet, che avrà il compito di sviluppare interessi da approfondire con l’ausilio indispensabile dei giornali”.

 

Sarebbe imprudente fare previsioni di lungo periodo: nessuno può dire se ci saranno ancora e come saranno i periodici tra un secolo. Possiamo però congetturare che nel breve periodo gli editori continueranno a mescolare diversamente gli attuali elementi di quel cocktail originale che è il periodico.

 

Sappiamo di irritare i nuovisti, ma – senza montarci troppo la testa – riteniamo che non ci saranno nuovi Prometei della post-editoria: le materie prime continueranno sostanzialmente ad essere quelle che già abbiamo. Semmai le tecnologie note verranno riaggregate in modo originale.

 

Vorremmo, per concludere, adottare per l’avvenire del periodico a stampa un’umile riflessione di Lepenies sulla modernità: “La storia futura dei nostri giorni può essere definita come un’epoca senza avventure: il mondo non è più il campo della imprevedibilità, ma esistono solamente rischi calcolati. Lo sviluppo della società umana può ormai cambiare in singoli aspetti, ma non più nei suoi tratti fondamentali”[7].

 

Insomma, come le antiche Gazzette i periodici continueranno ad essere una finestra sul mondo, anzi sui mondi: da quello del sapere a quello professionale, da quello dell’informazione aristocratica a quello della democratica free-press.

 

La stampa periodica consentirà ancora a molta gente e soprattutto al popolo dei meno abbienti e degli anziani – che dispongono di minori risorse economiche e culturali per comunicare – di entrare in collegamento con il mondo[8]. E così i grandi libri, i buoni periodici continueranno a parlare silenziosamente alla parte più attenta della nostra mente, alimentando quel vizio della lettura che Proust definiva una “comunicazione nel cuore della solitudine”.

 

 

 

[1] A. BERRETTI, V. ZAMBARDINO, “Internet. Avviso ai naviganti“, Donzelli, Roma 1995, pp. 19-20; 68-69.

[2] I testi delle interrogazioni parlamentari di Alleanza Nazionale, Rifondazione Comunista – Progressisti, Gruppo misto, Verdi-L’Ulivo, Forza Italia e le note di adesione alle tesi dell’USPI espresse da eminenti personalità delle Istituzioni, dai Democratici di Sinistra, da Forza Italia, dal Partito Popolare sono riportati in F.S. VETERE, op.cit., pp. 66-80.

[3] G. Valentini, “Media Village. L’informazione nell’era Internet”, Donzelli Editore, Roma 2000, pp. 39 – 47.

[4] Citato da BOLTER J.D. e GRUSIN R. in “Remediation“, Guerini e Associati, Milano 2002, p. 12

[5] M. MAZZA, “Media senza mediazioni” in “puntocom” 8 ottobre 2002

[6] G. VALENTINI, “Media Village“, Donzelli editore, Roma 2000, passim.

[7] W. LEPENIES, “Ascesa e declino degli intellettuali“, Editori Laterza, Bari 1998, p. 95.

[8] G. BECHELLONI, “Le comunicazioni di massa” in “La società contemporanea” Vol. II, UTET, Torino 1987, p. 139.

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